domenica 30 agosto 2009

Ottavio Rossani un calabrese al Nord ed un giornalista col cuore poeta

"Il Quotidiano della Calabria" domenica 30 agosto 2009

Curatore del blog del Corriere della Sera dedicato alla poesia, le sue recensioni sono ambitissime da autori italiani e stranieri, ma lui non dimentica la Calabria.
Calabrese di nascita, milanese per lavoro, Ottavio Rossani è una delle firme italiane più prestigiose. Giornalista al Corriere della Sera, poeta, saggista, pittore, nonché autore di alcune regie teatrali, nel suo modo eclettico di esprimere l’arte dei sentimenti, non dimentica la Calabria, non solo con i “ritorni” a Soverato, ma anche grazie alla collaborazione con “Il Quotidiano della Calabria”, di cui è editorialista. Sono recenti alcuni suoi articoli molto polemici nei confronti di Berlusconi, della Lega, delle norme sulla sicurezza, sulle “ronde”, sul reato di clandestinità e sulla politica economica.

Rossani, nella sua vita ha intervistato migliaia di personaggi, oggi tocca a lei rispondere alle domande. Come ama essere presentato?
Sinceramente non lo so. Non ci ho mai pensato. Posso dirle ciò che mi piace fare: scrivere. Scrivo poesie e sto scrivendo anche un romanzo; scrivo saggi, dipingo e sto preparando una mostra; mi piace fare regie teatrali su testi miei ed altrui e mi piace fare il giornalista, la mia professione di vita con quasi 40 anni di fedeltà ad una testata, esempio storico nel mondo d’oggi in cui i giornalisti vanno e vengono come i calciatori. L’ho sempre fatto, ho cominciato a sedici anni su un giornalino che si faceva a Soverato, e sempre continuerò a farlo (in eterno, come i sacerdoti!).
Troppe cose? No, in fondo sono modi diversi di scrivere.

«Rinchiuso in questa scatola/sono un puntino luminoso,/tra inquiete ombre vaganti/…/ Voglio il coraggio della gioia./Fatemi uscire dalla scatola!/ ».
Le sue poesie racchiudono le ansie degli animi e non solo di Ottavio Rossani. Ma è la poesia l’unico linguaggio universale che può “salvare il mondo”?
La poesia non salverà il mondo. Certamente ha però la forza di modificare l’uomo, sempre che ci sia la disponibilità dell’uomo a cambiare. La poesia non è preghiera, non è filosofia, non è scienza: tutto e niente di questo. La sua essenza è l‘immaginazione e le sue forme sono infinite. Un’illuminazione, un concetto, una fiammata emozionale può modificare la vita di chi è sensibile, disponibile a farsi modellare da un’idea. Ma chi non è capace di “ricevere” il dono della parola, non capisce e respinge la poesia come perdita di tempo inutile, come sciocchezza intellettualoide.
Certo, la poesia può essere evasiva, può incidere fortemente sulla realtà o perfino riqualificare la democrazia (leggere Facciamo democrazia di Giuseppe Conte, per esempio). Anch’io, nel mio piccolo, ho scritto e scrivo poesia civile: “Falsi confini” del 1989 è tutta una denuncia sulla disgregazione sociale degli anni Settanta/Ottanta. La poesia civile oggi è sempre più necessaria, soprattutto nel nostro Sud, che sul piano culturale si mostra troppo refrattario agli stimoli non solo dei poeti, ma di ogni intellettuale.

La sua vita è la continua ricerca del sapere. Dalle sue parole trapela la delusione su come si sta conducendo il mondo sebbene cerchi di dare accenti di speranza. Cosa si può ancora fare?
Tutti sbagliamo e tutti dovremmo impegnarci di più, con onestà e convinzione, ognuno nel proprio ruolo e nelle proprie attività. Banale? Forse, ma non c’è progresso senza lavoro e studio; non c’è risultato positivo, senza umiltà e onestà. Naturalmente, il disonesto, l’arruffone, il mafioso, il prepotente, si può arricchire presto e molto esercitando il suo potere illegale. La gente se ne accorge e non riesce a bloccarne i comportamenti perché in fondo ogni persona è sola con se stessa e con la propria correttezza. Queste distorsioni e violenze, si sentono di più al Sud, al Nord c’è maggiore coscienza civile: qualità che si sta inquinando con la Lega che arringa all’egoismo, all’individualismo, al razzismo. C’è una falsificazione di valori fondamentali, ma l’onestà non si può barattare con nient’altro. Invece in Italia si ingozzano evasori fiscali, lenoni, e mafiosi. Dovrei essere soddisfatto? Ho girato il mondo, conosciuto potenti e povera gente: ho imparato che esistono persone perbene, che vivono con poco nella loro dignità e persone che prevaricano (anche uccidendo) sui deboli arricchendosi, senza dignità e senza valori. Ma le vittime dei delinquenti e degli oppressori non sempre hanno la forza di ribellarsi e di difendersi. Quello che mi addolora di più sono proprio queste forme di sudditanza forzata che nel mondo esistono in quasi tutti i Paesi, compresi gli USA e l’Italia. Non basta parlare di democrazia, se chi dovrebbe far rispettare le leggi è il primo a violarle ledendo i diritti umani.

La sua “Intervista sui rapimenti” al magistrato Ferdinando Pomarici, uno dei libri più ricercati dagli studiosi di storia contemporanea che si interrogano sul mistero del delitto Moro e altre vicende ambigue e sanguinose di quegli anni, è ancora oggi attuale per l’analisi del rapporto politica-magistratura-criminalità che lei 30 anni fa ha anticipato. Possibile che non sia cambiato quasi nulla?
Non è vero, le cose sono cambiate, ma in peggio. Certo, è finito il fenomeno dei sequestri di persona sia a scopo di estorsione dalle bande criminali, sia politico dai gruppi eversivi, che negli anni Settanta erano una piaga quotidiana. Però si sono infittite le trame e le collusioni tra poteri deviati dello Stato: le varie mafie non lavorano solo nel Sud ma hanno bellissimi uffici di vetro e acciaio a Milano, Genova, Roma, e nelle altre città, dove riciclano denaro illecito e insanguinato in azioni e titoli finanziari, insomma in attività legali. Per non parlare di negozi di lusso e ristoranti, che sono semplici coperture (comunque redditizie) per le varie attività illecite.

C’è stato un momento in cui si poteva sperare che le cose andassero meglio, che i cittadini fossero più consapevoli dei propri diritti e doveri, in Italia?
Dopo la valanga di Tangentopoli (1992 e seguenti) tutti abbiamo sperato che quanto meno la politica potesse rinnovarsi e restare pulita. Speranza delusa. Le distorsioni della magistratura che usò spesso l’arresto per costringere le persone a confessare (diversi furono i suicidi in carcere e fuori), la defenestrazione di quasi tutta la classe politica di allora, anche di chi non aveva commesso alcun reato come è stato accertato col tempo (i sopravvissuti in Parlamento sono veramente pochi, e chi è venuto dopo non è certo all’altezza della situazione, tranne alcune eccezioni), la scomparsa dei partiti tradizionali, come DC e PSI, l’irruzione nella politica di Berlusconi e Di Pietro, la lotta intestina tra D’Alema e Veltroni prima nel PCI, poi PDS, ora PD, il frastagliamento delle formazioni di sinistra che da sempre trovano motivi di contrasto e non di unione, hanno portato alla situazione attuale di cinismo dei politicanti e di incredulità e scarsa fiducia negli uomini politici.
Mentre criminalità e corruzione continuano a predominare, senza che qualcuno possa alzare una diga. In questo quadro, l’unico partito vero rimasto, e cioè la Lega, come si legge ogni giorno sui giornali e si ascolta in radio e tv, intorbida le acque con le sue proposte razziste, discriminatorie, disgregatrici. Negli ultimi quindici anni ci si è inventati il precariato e la flessibilità, parole che sono servite a smantellare lo Stato Sociale, che era stato costruito in cento anni di battaglie. E mentre Barak Obama negli USA cerca di introdurre l’assistenza sanitaria pubblica per tutti (bloccato per ora dalle lobbies farmaceutiche e ospedaliere), in Italia continuano ad aumentare i ticket tanto che molti, soprattutto pensionati e appunto precari, anche se sono malati, rinunciano perfino a fare analisi e controlli. Una nazione, uno Stato, che perde il senso della solidarietà, apre la strada all’oppressione e all’ingiustizia. Ma il discorso sarebbe troppo lungo, anche se le cose sono evidenti.

Rossani, nei suoi libri “Stato, società e briganti nel Risorgimento italiano” e “La parola dei pentiti. Il processo Mancini, i pentiti, la magistratura, la politica” ha parlato di Sud con tono criticamente duro. Che rapporto ha con la Calabria?
D’amore, contrastato e incompreso. Non è il solito luogo comune di “amore e odio”. Io non odio. Ma so ciò che funziona e quello che no. La Calabria è forse la regione più bella d’Italia, avrebbe le risorse naturali e intellettive per risolvere, da sola, la sua “questione meridionale”. Basterebbe buttarsi a capofitto nel turismo, che è la più grande e redditizia industria italiana, e riuscire a far affluire persone da tutto il mondo tramite pacchetti concordati con agenzie e tour operator. Ma non è facile. I calabresi non hanno tale professionalità. Ci sono quattro (o cinque?) istituti alberghiero/turistici nella regione già da 40 anni, ma non hanno saputo creare un’eccellenza nel settore. Sappiamo tutti che se si entra in un albergo calabrese, tranne due o tre, c’è mancanza di servizi e attenzione per i clienti. E non basta chiedere scusa ai turisti come ha fatto (bene, per altro) il presidente Loiero l’altro anno. I rappresentanti politici non hanno saputo fare accordi né con le compagnie aeree italiane né tanto meno con quelle straniere per facilitare gli arrivi dei turisti. E comunque anche se arrivassero a milioni, come potrebbe una compagnia di dilettanti allo sbaraglio, preoccupati solo di incassare, soddisfare le pretese di chi paga? Per quale motivo le persone devono venire in Calabria se vengono regolarmente salassate sul posto e già in partenza devono mettere in conto viaggi costosissimi? Ma non si potrebbe imitare la Spagna che in meno di 20 anni ha trasformato la propria economia turistica da approssimativa a quasi perfetta?
Quando dico queste cose, vengo considerato uno che sparla della Calabria. Ed è in questi casi che mi sommerge un grande dispiacere, una grande amarezza. In fondo, ne ho viste di cose nel mondo! Qualcosa posso raccontare. Quanto meno so fare i confronti. Ma i miei interlocutori, politici o semplici cittadini, sono sordi. La verità è che a nessuno interessa che la Calabria si evolva, si arricchisca, cresca culturalmente. Né ai calabresi né ai non calabresi.
Dove c’è cultura, è difficile che la mafia possa plagiare. Potrà sì continuare a svolgere attività criminali, ma non potrà mai prevalere. Dove però domina l’ignoranza, l’arroganza, la presunzione, l’approssimazione, allora la mafia diventa datore di lavoro, raccomanda e poi chiede il conto. So bene che tutto è complicato. Ma bisogna continuare ad avere speranza. Svegliarsi dal torpore e desiderare. Ho l’impressione che la mia Calabria sia una terra dove il desiderio si è disperso, essiccato. E questo, come calabrese, è il mio più grande dolore.

Lei a 32 anni, dopo aver vinto il Premio Senigallia per il miglior cronista dell’anno, fu finalista al Premio Viareggio con la sua opera prima di poesie “Le deformazioni” (1976). Oggi è in libreria con un romanzo in versi “L’ignota battaglia” (Rubbettino, 2005), metafora del disagio in cui l‘uomo vive nel mondo contemporaneo. Ma oggi, che tanto si scrive e poco si legge, Ottavio Rossani quale autorevole consiglio dà a quanti hanno la pretesa di essere messi come autori in evidenza nelle vetrine delle librerie?
Non credo di avere l’autorevolezza per dare consigli di questo genere. Posso solo testimoniare la mia esperienza, che non è certo quella di uno scrittore di best-seller. Ho scritto libri di poesie, saggi e un romanzo, che ho pubblicato sempre con piccoli editori. Tranne uno: “L’industria dei sequestri” edito da Longanesi nel 1978, in cui ho fatto la storia dei sequestri di persona in Italia. Non c’era nulla di scientifico sulla materia, tranne una storia dei sequestri in Sardegna. Nel mio libro ho cercato di dare l’avvio agli studi sociologici sul fenomeno dei rapimenti, che per la sistematicità con cui avvenivano in quegli anni era diventato una delle tante anomalie italiane. Metodi, numeri, comportamenti criminali, sistemi investigativi: ho esaminato e “storicizzato” tutto. Da quel momento la Criminalpol ha cominciato a comporre il suo data base sul fenomeno. La grande soddisfazione che ho avuto per molti anni è stata sentire dai colleghi che seguivano la cronaca nera e in particolare i sequestri: “Sai, ho sulla scrivania il tuo libro sui sequestri…”.
Non dico questo per vanagloria, ma perché è cronaca. Sono fatti accaduti. Oggi per me non hanno molta importanza. Ma fanno parte della mia esperienza di giornalista e scrittore. Quindi posso solo suggerire a chi scrive: prima di tutto di essere consapevoli di avere qualcosa di importante da dire; poi, verificare sempre e più volte le fonti, non solo per scrivere di storia, o attualità, o di cose giornalistiche, ma anche quando si scrive poesia, romanzi e saggi letterari o di altro genere. Ciò che succede molto spesso ormai è che si comincia a leggere un libro – qualsiasi – e si trovano refusi, imprecisioni, approssimazioni, e dati anche fasulli e lo si butta via. Perciò, se non si è sicuri di quel che si vuole dire e se non si riesce a verificare le notizie, i dati, i riferimenti storici, letterari, scientifici, meglio sarebbe non scrivere affatto. E infine, quando si è proprio sicuri, scrivere, senza pensare alle vetrine delle librerie, se il libro si venderà, se potrà piacere a questo o quell’altro, soprattutto se si tratta di potenti. Altrimenti non si è scrittori, ma semplici portavoce. Sarebbe meglio allora fare altro, meno faticoso e magari più redditizio.

Ritorniamo al suo primo vero amore. “Segnali di vita, poesia a colori”, “Soste e transiti”: non sono titoli di poesie ma di alcune mostre dei suoi quadri pieni di poesia. È forse un sogno a colori per una scrittura in bianco e nero?
Direi che entrambe le cose sono possibili. La scrittura per me è stata ed è vita. La prima poesia l’ho scritta a 14 anni in un pomeriggio di malinconia mentre studiavo. Suonavano le campane a morto. Una notizia ferale avrei appreso più tardi. E ho appuntato dei versi come “la morte, la sento, la temo, è qui accanto”. Una specie di esorcismo. Poi ho buttato quel testo di cui non ricordo altro. Da quel momento ogni giorno ho sempre scritto una riflessione, un’immagine, un concetto, un’invocazione, insomma qualcosa. Ogni volta lasciò lì a decantare, e dopo qualche tempo riprendo quei testi, li rielaboro e lentamente nasce un libro. Ad un certo punto della mia vita, ho sentito il bisogno di disegnare i versi che elaboravo. Ho sempre disegnato: ma gettavo via i lavori quando li avevo finiti. Poi nel 1989 ho fatto un viaggio in Turchia. Ad Istanbul ho visto la Moschea Azzurra e sono rimasto affascinato dai disegni su quelle piastrelle che formano mosaici di straordinaria bellezza. Dopo un mese, durante le vacanze che ho trascorso a Soverato, ho dipinto una serie di quadri con motivi azzurri, rossi, ocra, arancione, colori accesi, attorno a brevi testi poetici. Il critico Gilberto Finzi li chiamò “visioni scritturali”. Anche il crollo del Muro di Berlino ha influito sulla mia necessità di dipingere; come se la caduta del Muro fosse un segnale fondamentale di conquista di libertà, come se si fossero aperte porte che prima non avevo visto e che promettevano che oltre ci fosse una realtà migliore da scoprire. E lentamente dalla poesia disegnata sono arrivato a dipingere la mente. I miei quadri sono esplosioni di colori. Non sono nature, non sono paesaggi: per questi c’è la fotografia. Non so definire i miei quadri, ma quel che mi preme è fissare sulla tela un’immagine che fluisce dalla mente e spero che resti a testimonianza di un pensiero, forse appena abbozzato, ma vero, forte, provocante.

La personalità complessa, ma al tempo stesso facilmente comprensibile, di Ottavio Rossani è un tesoro da “scoprire” all’interno dei suoi scritti e da “leggere” tra i colori dei suoi quadri. Un intellettuale che offre alla cultura italiana uno spaccato di storia ed una forte componente passionale per riuscire a vedere, o intravvedere, il futuro che nasce da ognuno di noi. E che patisce sognando una Calabria più moderna, più ricca, più corretta, più libera, più autentica.

Giulia Fresca

SCUSE

Chiedo scusa a tutti i cari amici e visitatori di questo blog se da qualche tempo non è stato aggiornato come mia consuetudine, quotidianamente. Riprendo oggi con l'impegno a caricare tutto l'arretrato che sarà disponibile nei prossimi giorni. Grazie a tutti coloro mi hanno scritto... grazie per la comprensione.. a presto.
Giulia Fresca

domenica 12 aprile 2009

Il cimitero dei vagoni

“Il Quotidiano della Calabria” domenica 12 aprile 2009 

LA SENSAZIONE per un attimo è quella di trovarsi sul set del film Cassandra Crossing di George Cosmatos, poi, non vedendo anima viva intorno ed allungando la mano, ci si rende conto che tutto è vero, si può toccare e soprattutto che siamo a Cosenza. Non un set, ma i binari a nord della stazione di Vaglio Lise, divenuta ormai da “stazione fantasma” a “stazione deposito”. Già, ma di cosa? Vagoni pieni di amianto. Vagoni incendiati, vagoni non più utilizzati al Nord da oltre 30 anni e che in Calabria hanno continuato a viaggiare fino a poco tempo fa. Il nostro tentativo di contarli camminando tra due file di binari occupati, sebbene a poco potesse servire, è stato interrotto, facendoci perdere il conto, da un rumore sospetto che ha distratto la nostra attenzione. Forse qualche topo ha fatto rotolare qualcosa sulle lamiere di ferro arruginito disposte a terra un po’ più in là da noi, in attesa di andare a sigillare qualche altro vagone, o forse qualcuno ci ha sorpassato, senza accorgersi della nostra presenza, dall’altra parte del convoglio. Alla fine del nostro sopralluogo, qualcuno in stazione, ci dirà che quella è la strada principale di accesso ai campi rom posti a nord dei binari, via frequentata da quanti vanno a chiedere l’elemosina ai semafori e, comprendiamo, che forse il nostro timore non era del tutto ingiustificato. Non è occorso alcun permesso, alcun controllo per entrare. Nessuno ci ha fermato nel proseguire. Giunti in stazione è sufficiente dirigersi verso nord, scendere nel piazzale delle movimentazioni dove i camion di Ruffolo entrano ed escono e proseguire lungo i binari. Oltre 50 vagoni, giacciono lì, qualcuno nascosto da altri meno inquitetanti, proteggendosi quasi l’un l’altro. Li avevamo visti dall’alto dei palazzi Carime, li vediamo tutti i giorni percorrendo la superstrada 107: stanno lì, costeggiando l’area urbana. L’odore acre portato dal vento non lascia dubbi. Troviamo un intero convoglio del “Corriere della Sera” bruciato per circa la metà mentre l’altra parte è parzialmente sigillata. “Parzialmente” sta per “non perfettamente” perché le pannellature non chiudono completamente le aperture, lasciando la possibilità al contenuto di fuoriuscire trasportato dagli agenti atmosferici. Sul primo binario altre quattro carrozze contenenti amianto appaiono sigillate, ma non è dato sapere se all’interno il materiale sia stato opportunamente incapsulato, certo è che ormai sono mesi che giace immobile su quella strada ferrata in attesa di essere bonificato. Ruggine e polvere che si fissa alla pelle. Odore acre e visione spettrale che sa di morte. L’altoparlante ci informa dell’arrivo di un regionale, praticamente gli unici treni oltre a qualche raro interregionale, che viaggiano ancora sul binario accanto a quello dei treni fantasma. Svanite nel nulla le tante declamate odi alla stazione cosentina, fiore all’occhiello dell’architettura manciniana e oggi abbandonata a se stessa. Una stazione quasi fantasma, vissuta da sempre meno tassisti. Cosenza capoluogo schiacciata dallo snodo ferroviario di Paola, paese di provincia dove passano i binari che collegano Reggio Calabria a Milano. Un posto in ginocchio, Vaglio Lise: le vetrine chic di Corso Mazzini, le strutture del Museo all’Aperto Bilotti, sembrano lontane mille miglia. E invece sono a poche centinaia di metri in linea d’aria. Unica speranza: i futuri palazzi della Provincia, lì di fronte ai binari, potrebbero riportare un po’ di smalto a una zona quasi maledetta. Chi ci lavora non vuole parlare, ma di parole a noi ne dicono tante confermando la nostra “scoper ta”: Cosenza Vaglio Lise è ormai capolinea in tutti i sensi.

Giulia Fresca

domenica 29 marzo 2009

La cultura secondo Dionesalvi

"Il Quotidiano della Calabria" domenica 29 marzo 2009

La parola cultura è divenuta, oggi più che mai, una moda, portando l’uso del termine persino nell’accezione di “cultura spazzatura”. Cosa si intenda oggi per cultura e come debba essere intesa nell’ambito delle politiche culturali di un’amministrazione pubblica è il tema dell’ultimo libro di Franco Dionesalvi “Diritto alla cultura e politiche culturali: le teorie di una prassi” (edizioni Coessenza), presentato al Museo del Presente di Rende. La manifestazione promossa dall’associazione e dal gruppo consiliare Rete Democratica, ha visto un’attiva partecipazione da parte dei molti presenti che hanno inteso contribuire al dibattito stimolato dagli interventi di Rossana Loizzo, Giuseppe Lanzino, Santo Gioffrè e lo stesso autore Franco Dionesalvi. «Abbiamo voluto presentare questo volume -ha detto Rossana Loizzo- perché la cultura è anche una questione politica che deve farci interrogare su quali messaggi stiamo trasferendo ai nostri giovani attraverso la “cultura-propaganda” che non consente di sviluppare senso critico e conoscenza». «Il libro-ha detto Santo Gioffrè, già autore di Artemisia Sanchez e del recente Leonzio Pilato -si basa su una ricerca bibliografica imponente ed indica le difficoltà nell’intendere di “come fare davvero cultura”. Intanto occorre farla e Disonesalvi attraverso la sua esperienza amministrativa al comune di Cosenza da’ un segno a ciò che è stata la sua produzione culturale. L’elemento preoccupante è l’oblio che investe le opere, che non vengono riconosciute come elementi di memoria sancendo la scomparsa dell’identità locale». Un volume corposo, suddiviso in tre grandi capitoli: il concetto di cultura, le politiche culturali ed il caso concreto di Cosenza dal 1994 al 2005. Quasi una sorta di manuale per gli amministratori che spesso sconfinano, sostenendo che “tutto è cultura”.«Cultura e civiltà- dice Franco Dionesalvi- due termini e due concetti che sorgono sulla base di tradizioni differenti. La cultura è un’idea di movimento come un insieme di conoscenza in un costruito che incrementa, ma spesso ci si sofferma al termine e nascono le contraddizioni tra cultura ed ignoranza, tra cultura d’elite e cultura di massa. Qui è il problema dell’amministratore, perché la politica culturale pubblica deve partire dal riconoscimento del bisogno pubblico e poi da quello di nicchia, senza puntare alla mera spettacolarizzazione. La cultura è il senso e la centralità per riaffermare la funzione culturale della politica attraverso la realizzazione progressiva del “diritto alla cultura”».

Giulia Fresca

Associazioni ambientaliste protagoniste per i rifiuti

"Il Quotidiano della Calabria" domenica 29 marzo 2009

Si è tenuto giovedì scorso a Catanzaro un incontro tra l’assessore regionale all’ambiente Silvio Greco ed una nutrita rappresentanza di associazioni ambientaliste operanti nel territorio della provincia cosentina quali Isde-Italia, Medici per l’Ambiente, Pensieri Liberi, il Riccio, Comitato RO.MO.RE, Lipu, Wwf , Forum Ambientalista Calabria, No alle Discariche, Comitato Beni Comuni, Comitato No Inceneritore ed Ingegneria Senza Frontiere. «Argomento principale dell’incontro è stata la questione rifiuti che – hanno reso noto le associazioni- allo sconfortante quadro illustrato dall’assessore, deluso per la mancanza di capacità mostrata da molti Comuni nell’attivare una gestione efficiente e dutilizzare i fondi previsti per la raccolta differenziata porta-a-porta, le associazioni hanno risposto offrendo le proprie disponibilità e competenze per favorire la reale partecipazione dei cittadini ai processi decisionali relativi alla gestione dell’ambiente e del territorio». Dall’incontro  è emersa la costituzione di un tavolo di studio, composto da rappresentanti dell’assessorato e dalle associazioni che sarà già operativo nei prossimi giorni e le cui soluzioni saranno recepite in atti ufficiali. «Il confronto avviato con l’assessore Greco-continua la nota -non solo dà luogo ad un precedente di partecipazione in Calabria, ma rappresenta anche un’ottima occasione in cui porre in evidenza le proposte dell’ambientalismo del fare, “fare la differenziata, fare il riciclo, fare la riduzione dei rifiuti alla fonte”, in contrapposizione ai politicanti del no “no ai fondi per la differenziata, no alla preservazione dei beni comuni, no alla tutela della salute dei cittadini”»

g.f. 

lunedì 16 marzo 2009

Concerto di beneficienza per le ragazze madri

"Il Quotidiano della Calabria" lunedì 16 marzo 2009

Un’aria di gioiosa partecipazione, quella che l’altro ieri sera si è respirata al Teatro Rendano di Cosenza. L’occasione è stato il concerto offerto dall’Orchestra sinfonica del Conservatorio “S.Giacomantonio”, per la raccolta di fondi finalizzati all’acquisto di arredi da destinare alla casa famiglia S.Maria delle Vergini ormai centro di accoglienza delle ragazze madri e donne in difficoltà, allocata nel centro storico.Una serata fuori dal comune con tanti momenti che l’hanno resa unica. Innanzitutto la forte presenza di giovani che hanno scelto di non mancare ad un appuntamento dedicato prioritariamente a loro. Alcuni hanno voluto infatti replicare il concerto del mattino che ha registrato il tutto esaurito dagli studenti delle scuole cosentine e crotonesi, partecipandovi in religioso silenzio.L’orchestra, composta da 72 elementi, tra i quali molti giovanissimi diplomati e diplomandi, diretta magistralmente dal maestro Donato Sivo, ha coinvolto il pubblico con la sua armonia equilibrata attraverso l’esecuzione dell’Overture op.26 di Mendelssohn, impregnata di lirismo e spontaneità fantastica, per poi proseguire con Pulcinella di Strawinsky, nella quale si ritrovano con fine ironia e sensibilità armonica moderna i leggiadri spunti della musica di Pergolesi. Il pubblico etogerneo, composto da musicisti ed appassionati, ha accolto gli applausi che, non previsti, sono stati offerti spontaneamente agli orchestrali nell’intermezzo dei brani. La voglia di dimostrare il gradimento era dato dai tanti bambini e dalle loro mamme ospiti della Casa famiglia, un evento che resterà indelebile nelle loro memorie. «Il concerto è una precisa volontà del maestro Sivo-ci ha detto il direttore del conservatorio Giorgio Reda-Abbiamo accolto subito con gioia anche per la possibilità di interazione tra due strutture del centro storico oltre a sostenere il lavoro encomiabile che fa il Centro». Il presidente della Fondazione, don Fausto Cardamone, commosso, ha aggiunto:«abbiamo 12 bambini ai quali abbiamo affiancato, senza ulteriori accrediti da parte della regione, le loro mamme. Da noi, con l’aiuto delle suore, di psicologi ed assistenti sociali, tentano di ritrovare la serenità perduta e molte ci riescono». La serata è continuata con l’applauso carico di simpatia a “zia Elvira”, la collaboratrice del Conservatorio, entrata a sistemare lo spartito del direttore e la “prima” esecuzione a Cosenza del Preludio Aureo di Vincenzo Palermo nel quale il riferimento a Pitagora riconduce al richiamo metallico del suono con apparenti dissonanze che suscitano emozioni sognanti.In conclusione non poteva mancare il bis delle Danze Polovesiane dal Principe Igor di Borodin, accompagnato da un coro a bocca chiusa delle mamme, alcune intente a far addormentare i piccoli pargoli. La parte di Cosenza che avrebbe potuto offrire fondi era assente, dimentica forse che la città si fonda sulla solidarietà e che il sorriso di un bimbo vale molto di più di qualsiasi altra cosa.

Giulia Fresca


La "prima volta" di Franco Azzinari

"Il Quotidiano della Calabria" lunedì 16 marzo 2009 
[integrale]

C’è sempre una prima volta, anche per i grandi artisti. È il caso di Franco Azzinari che ha inaugurato a Cosenza, la sua prima mostra personale di acquerelli dedicata alla primavera calabrese. L’evento voluto da Myriam Peluso della galleria d’arte Le Muse ha richiamato, sabato sera, non solo gli appassionati dell’arte ma tante persone accorse per conoscere la novità esclusiva che il “ritrattista” ufficiale di Fidel Castro, Gabriel Garcia Lorca e molti altri, noto anche come il “pittore del vento” ha offerto, con quella che a torto viene considera la tecnica povera dell’arte pittorica. Colore ed acqua, che Azzinari ha saputo miscelare con maestria eccelsa regalando immagini che vanno aldilà della semplice vista. La sensazione che si prova è che quasi si riesce a percepire il profumo portato dalla brezza di quelle essenze dipinte, tanto odorose e realistiche nel loro alone di trasparenza e poetico. Ogni fino d’erba, ogni singolo petalo di fiore è una pennellata che non si abbandona all’essere acquerello ma conferisce al quadro quasi l’idealità di un ricordo sognato. La personale, inaugurata dal rettore dell’Unical Giovanni Latorre per «dare continuità alle precedenti mostre di Azzinari svoltasi nell’ateneo, con l’ultima dedicata ad Ernest Hemingway, ma anche per confermanre il ruolo dell’università nel fare cultura con particolare attenzione al mondo dell’arte e alle opere dei maestri calabresi». Franco Azzinari, visibilmente emozionato si è limitato a ringraziare lasciando alle sue opere il compito di trasmettere i suoi sentimenti che in parte sono stati interpretati da Gregorio Vigliarolo.«Sono quadri che non finiscono con la cornice ma vanno oltre la stessa immagine, rapendo l’osservatore alla ricerca del microcosmo che invisibile esiste nell’opera stessa. L’acquerello è una tecnica difficile che implica capacità espressiva non comune e non può essere corretto». La mostra sarà visitabile fino al 14 aprile, nel frattempo, la primavera è già stata omaggiata.

Giulia Fresca

domenica 15 marzo 2009

Parte sotto il sole la Fiera 2009

Ha ufficialmente aperto i battenti il tradizionale appuntamento della Fiera di S. Giuseppe, quest’anno dedicata alla creatività ed all’innovazione di cui si celebra l’anno europeo. Un inizio sottotono se confrontato agli altri anni: alle 15:30 erano ancora molti gli spazi da allestire, con non poche difficoltà da parte degli ambulanti che si sono trovati non completamente d’accordo con la scelta dell’amministrazione nelle nuove locazioni. Un intrattenimento musicale con le note degli indiani d’america ha richiamato l’attenzione su Corso Mazzini, ma la tentazione di andare alla ricerca delle novità ci ha condotto a Via S. Quattromani, dove l’immagine tradizionale delle bancherelle è stata sostituita da una fila spartitraffico di stand contenenti merce varia. Il sole ha offerto a molti la possibilità di

 approfittarne per una passeggiata, ed in realtà dai commenti, la fiera è ormai diventata un luogo dove distrarsi dalla quotidiana routine. La crisi si sente, ma sono soprattutto i commenti di visitatori e venditori a non lasciare dubbi.«E’ raro che si aspetti la fiera per comprare qualcosa- ci dice una signora in giro per bancarelle – ormai gli outlet garantiscono prodotti firmati a prezzi accessibili tutto l’anno. Forse solo le piante possono essere convenienti, ma per quelle è meglio aspettare gli ultimi giorni». «E’ roba che si trova dappertutto – ci dice un altro visitatore- Manca la tradizione vera, molti prodotti degli extracomunitari sono realizzati in Italia, eppoi li abbiamo quotidianamente nelle nostre città. E’ apprezzabile invece lo sforzo di venditori di altre regioni, soprattutto dalla Puglia, che sono venuti a Cosenza per promuovere i loro prodotti». Uno stand che incuriosisce è infatti quello delle lampade che si compongono a piacimento conferendo all’ambiente un’atmosfera particolare «Siamo di Taranto -ci dice il titolare –e questo è un nostro prodotto esclusivo». 

Un po’ più in la su Lungo Crati, tra paperelle, pesci rossi e tartarughe, sogno di ogni bambino, troviamo taralli e prodotti tipici pugliesi, ma anche un signore che non molto soddisfatto sistema salumi e formaggi «Avevo chiesto uno spazio centrale e mi hanno assegnato il numero 81, per il quale ho pagato 72 euro. Ma è completamente fuori mano e questo amico mi ha fatto posto nonostante lo spazio sia più piccolo di quello pagato. Non si è tenuto conto della merce, ed ogni anno è un continuo girovagare». Le novità sono poche ed i cartelli con su scritto “pelletteria firmata”, “profumi firmati”,“griffe” sono dappertutto, come anche i prodotti tolti da scatole “ufficiali”. Ma la fiera mantiene il suo fascino specie per i bambini ed i giovanissimi: occasione d’incontro mista alla scusa di rinnovare la bigiotteria. E volendo cercare, senza lasciarsi disorientare troppo dalla miscelanza di odori di salsicce alla brace e incensi profumati, si riescono a trovare anche gli immancabili prodotti trashcome la solita pallina antistress di gomma: si tira, si modella, si schiaccia. In attesa che i prossimi giorni diano buoni frutti

Giulia Fresca

Ricordando i moti risorgimentali

"Il Quotidiano della Calabria" domenica 15 marzo 2009

[per un errore dei titolisti, anziche "risorgimentali", sulla stampa è stato riportato rinascimentali, me ne scuso personalmente con i lettori]

«La fiera di S. Giuseppe diviene ultraprovinciale e momento di scambio culturale per far emergere luoghi e persone del nostro territorio» Con queste parole Donatella Napolitano del Comando Militare Esercito Calabria ha dato l’avvio all’incontro che si è svolto ieri mattina alla Caserma Settino sul tema "Risorgimento Calabrese e il pensiero innovatore di Telesio". Una manifestazione nata per la concomitanza dell’anniversario del 15 marzo 1844, data nella quale presero l’avvio, in Calabria, i moti che preannunciarono il Risorgimento italiano e che per il secondo anno il colonnello Salvatore Rampulla con l’amministrazione comunale di Cosenza ha voluto celebrare. «Siamo nella sede del 1° Reggimento Bersaglieri, il più decorato d’Italia»ha detto il ten.colonnello Carmine Gallo dando il benveuto agli studenti dell’ITIS Nitti che hanno offerto un elisir risorgimentale e dell’IPSSS, con alcune ragazze in abiti d’epoca. A portare i saluti del comando regionale, il maggiore Antonio Quintieri che ha anticipato l’intervento di Ezio Arcuri: «il Risorgimento in Calabria non è finito ed a voi ragazzi spetta il compito di difendere i principi di euguaglianza e libertà che i martiri calabresi ci hanno consegnato. Conoscere la microstoria è rilevante nella costruzione della storia senza aggettivi».«Facendo astrazione, il padre del risorgimento fu Telesio – ha concluso Coriolano Martirano-che si ribellò allo strapotere politico e culturale, soprattutto come amministratore di Cosenza, abolendo il privilegio del patriziato ed aprendo a tutte le componenti della vita sociale». L’aver aperto la caserma è servito per far conoscere il mondo dell’esercito, trasmettere i valori portanti che sono alla base delle missioni di pace e far toccare con mano il VCC80Dardo che tutto il mondo ci invidia.

g.f.

martedì 3 marzo 2009

Diritto allo studio, si cambia

Il Quotidiano della Calabria, martedì 3 marzo 2009

La novità più rilevante sarà che affitti saranno più cari e che cambieranno i meccanismi per l'assegnazione delle risorse per il diritto allo studio. Sono questi gli effetti più rilevanti dei provvedimenti proposti dal rettore Giovanni Latorre ed approvati all'interno del Cda nell'ambito dell'accorpamento della gestione del centro residenziale. Ancora in realtà non tutto è definito visto che il provvedimento dovrà passare al vaglio del Senato Integrato che in un primo momento era stato convocato per martedì prossimo ed ora invece è slittato e si terrà dopo la seduta del senato ordinario in programma il prossimo 10 marzo. Intanto, però, il Cda ha dato il suo assenso all'operazione di accentramento, come il Quotidiano, aveva anticipato alla vigilia della seduta del 18 febbraio. Le giustificazioni, non eccessivamente convincenti del rettore, Giovanni Latorre sono messe nero su bianco in un documento recante per oggetto “problematiche centro residenziale Unical” nel quale lo stesso evidenziava, «il difficile momento politico-economico che sta interessando l’intera nazione», esprimendo la propria preoccupazione per «le ricadute sulle università italiane, ancora più gravi per l’Unical, situata in una regione che non consente lo sbocco su un ampio bacino d’utenza. Ciò rende necessario-scriveva- migliorare le capacità competitive senza che il compito di promozione sociale diventi assistenzialismo come è accaduto negli ultimi tempi». Secondo Latorre «l’Unical ha finito col vivere come problema, il numero molto elevato di borse di studio erogate ed il totale esonero di molti studenti dal pagamento delle tasse. Appare necessario –continuava- trovare il modo per preservare nell’assegnazione di borse di studio, individuando criteri e parametri che devono essere certamente determinati, dalla condizione economica ma devono anche rispondere a rigorose esigenze di premialità». Ciò ha comportato, secondo il rettore, la necessità di spostare la gestione dei servizi residenziali verso un nuovo sistema che «anziché pesare sul bilancio dell’università, si realizzi attraverso risorse del diritto allo studio, così come non esistono più le condizioni per una gestione assistenzialistica del patrimonio immobiliare». Tali dunque le motivazioni addotte alla modifica dello statuto di ateneo con la conseguente eliminazione del Cda del centro residenziale e del presidente eletto tra i professori, sostituto con la figura di un prorettore delegato nominato dal rettore a cui spetta anche la nomina del direttore amministrativo. Si pagheranno affitti più “salati” ed le graduatorie per l’assegnazione degli alloggi e delle borse di studio saranno a cura del Cda. Una rivoluzione che non farà contenti né gli studenti, né i dipendenti perché rientra nell’intenzione di «studiare per gli uffici una strategia che consenta di portare ad “unicità” quegli uffici che non abbiano specificità rispetto a quelli dell’amministrazione centrale, evitando le duplicazioni con la soppressione di posti di funzione». Il tutto in attesa di ulteriori modifiche accentratrici che non mancheranno di arrivare.

Giulia Fresca

mercoledì 28 gennaio 2009

I sensi testimoni dell'Olocausto

"Il Quotidiano della Calabria" mercoledì 28 gennaio 2009 

La memoria dei sensi, il rispetto dell’Altro,il mantenimento di un passato come monito per il futuro, l’analisi del presente con la consapevolezza che ancora c’è molto da fare. Questi i tanti temi trattati durante l’evento portante della giornata della memoria che si è svolta nell’aula magna dell’Unical nel segno di un motto “Toccare, vedere, sentire:comprendere l’Altro” ideato da Paolo Coen, Manlio Gaudioso e Galileo Violini. Le presenza istituzionali di Ateneo come il magnifico rettore Giovanni Latorre che ha voluto per il terzo anno la celebrazione dell’evento, ed il preside della facoltà di lettere e filosofia Raffaele Perrelli hanno aperto i lavori di una intensa giornata di emozioni che è scivolata via tra interventi scientifici, storici e ricordi personali. Una pagina di storia dell’ateneo che ha avuto per protagonisti i ragazzi giunti dalle scuole di Polistena, Cittanova ed i bambini della scuola elementare di Reggio Calabria che hanno recato 170 sassi sui quali hanno scritto altrettanti nomi di persone deportate, morte senza il diritto di essere ricordate con un segno. Un momento emozionale fortissimo vissuto soprattutto dai bambini con la sensazione di aver preso per mano il loro angelo custode, che troverà riposo nel campo di Ferramonti di Tarsia. Gli interventi hanno ripercorso non soltanto la memoria della Shoah e la storia delle deportazioni con l’idea della razza e dei campi di sterminio. Il campo, che nell’immaginario collettivo rappresenta la libertà, era oggetto di restrizione e privazione della dignità degli uomini considerati diversi. Gli altri, i diversi, le tante forme di razzismo che ancora oggi persistono sono quelle striscianti che s’insinuano lentamente nel corpo. A parlare della condizione di genere, quella delle donne, è stata Donatella Barazzetti, e dell’omosessualità vista come una «malattia contagiosa» il responsabile nazionale delle iniziative sulla memoria dell’Arcigay Marco Reglia, che ha ripercorso i tratti salienti della repressione partendo dalla definizione di «uomo ideale, rappresentato dall’essere mascolino, virile, abile e rispondente al cliché imposto dalla società». L’Altro di Francesco Bossio e le radici della polemica antigiudaica nel cristianesimo antico di Benedetto Clausi, hanno anticipato la testimonianza diretta di Giulia Mafai, figlia del pittore Mario e della scultrice Antonietta Raphaël de Simon , con il ricordo dei campi di sterminio scampati all’età di 13 anni. «La fuga è ciò che mi resta a causa del sentimento di sentirmi colpevole perché ebrea. Non c’è odio nel mio cuore, ma non riesco a perdonare. La mancanza della memoria che contraddistingue la nostra società ha portato a tanti razzismi, ha portato ad essere di parte, senza capire e senza ricordare. Le tragedie umane sono diventate elenchi di numeri mentre l’uomo è diventato massa e non più essenza; Ciò è il vero pericolo per i giovani, che vivranno così, senza volto». E le foto della rassegna Vedere l’Altro, hanno immortalato la realtà.

Giulia Fresca 

Sei installazioni al MuMa

"il Quotidiano della Calabria" mercoledì 28 gennaio 2009 

Per la Giornata della Memoria, gli artisti del MuMa, il Museo San Martino del Parco Storico del Ninfeo di Vadue di Carolei hanno offerto il loro contributo per non dimenticare attraverso una “tre giorni” variamente sviluppata tra rappresentazioni artistiche teatrali ispirate all’Olocausto ed una mostra intitolata “Residui” curata da Stefania Bosco. «Il Muma, per il progetto città dell’arte presenta questo interessante programma “per la memoria”- ha detto Stefania Bosco- che è frutto del lavoro degli artisti ed è parte del programma di Ferramonti, il campo di concentramento calabrese. E’ stato molto interessante seguire il loro pensiero soprattutto perché nessuno di noi, sapeva dove saremmo arrivati e cosa stavamo facendo se non il fatto che volevamo fare qualcosa per la memoria, per non dimenticare, perché , citando Meyrink, quando arriva la conoscenza arriva anche la memoria. Artisti diversi come Shawnette Poe, nata in Polonia e cresciuta in Germania che parte dalla coscienza, di un tedesco e, pur non essendo patriota e non credendo che ci si possa identificare con la storia dei propri paesi, pensa che, come si è fieri degli eroi ci si vergogna dei peccati, o Alessandro Fonte che riflette come la memoria sia labile e che lava via tutto, anche le atrocità: Niccolò de Napoli che immagina un viaggio in un luogo remoto della mente, dove ci si può ancora pentire, o Franz Grosso che si aggrappa ad un pensiero positivo “nonostante tutto ad Aushwitz si coltivavano le rose”. Infine Daniele Armieri ed il suo pensiero rivolto ai bambini, e Romus che parte dalla prigione della mente, che soffre di più delle sofferenze e delle torture del corpo, mentre il sangue riesce ad uscire dalla sbarre». Sei installazioni visitabili al Parco del Ninfeo di Vadue di Carolei, dove, la memoria non riuscirà a dimenticare

Giulia Fresca