martedì 24 gennaio 2012

Lettera a Monti. Restituisco la mia laurea allo Stato

Non mi serve più, e non ho intenzione di mantenerla appesa alle pareti di uno studio che grazie al Suo decreto sulle Liberalizzazioni dovrà chiudere i battenti. [Giulia Fresca]


La lettera al Presidente del Consiglio della "più giovane laureata in ingegneria meccanica" (aveva 23 anni), da 16 anni in attività come libero professionista. Che spiega a GiULiA: "Le donne sono, in questo, maggiormente penalizzate e chi, come noi, lotta quotidianamente non può rimanere inerme".

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri, Professore Mario Monti,
ai diversi pensieri che in questi giorni affollano le menti e le strade di questa Italia ormai irriconoscibile, desidero aggiungere il mio, corredandolo della volontà di restituire allo Stato la mia Laurea specialistica.
Non mi serve più, e non ho certo intenzione di mantenerla appesa alle pareti di uno studio che grazie al Suo decreto sulle Liberalizzazioni dovrà chiudere i battenti.
Una Laurea in Ingegneria Meccanica conseguita nel 1995 all'età di soli 23 anni che, ancora oggi, mi consente di detenere il primato di più giovane laureato d'Italia, e che in un Sud senza industrie, né santi in paradiso o "privilegi" per poter accedere ad una borsa di studio o ad un assegno di ricerca, ma grazie alla continua volontà di aggiornamento e desiderio di crescita, si è trasformata nel mezzo per costituire uno studio d'ingegneria che, tra mille sacrifici, ha realizzato opere importanti ed ha onorato la Professione consentendo anche a tanti giovani di formarsi e di avviare, a loro volta, la propria strada.
Sedici anni di attività da libero professionista singolo che ha sempre creato sinergie e collaborazioni con i diversi studi specialistici di architetti, geologi, agronomi, geometri, al fine di redigere un prodotto che fosse al top delle qualità sotto tutti gli aspetti, ed al tempo stesso rispettoso delle Leggi e Norme, non solo tecniche ma etiche e deontologiche.
Già da tempo si continua a ripetere che le professioni necessitano di una pratica di "liberalizzazione" e Ella stessa, Professor Monti, ha sottolineato che ognuno deve "rinunciare ad una parte del proprio privilegio". Mi chiedo, e Le chiedo, quali siano i privilegi di un libero professionista singolo o associato che deve combattere quotidianamente con i "furbi" legalmente autorizzati dallo Stato.
Il settore tecnico in Italia, egregio Professor Monti, è già liberalizzato e sorprende il fatto che Ella e l'intero Suo Governo non abbia contezza del fatto che esistono soggetti come geometri, dottori geometri, ingegneri ed architetti (ormai sono così chiamati quelli con le lauree triennali che afferiscono all'Albo "B" degli Ordini professionali) per infine passare agli Architetti ed Ingegneri Magistrali cui faccio parte.
A questa giungla di tecnici, il cui accesso alla Professione è stato regolato previo Esame di Stato, si aggiungono coloro i quali, in barba alla leggi, operano l'attività progettuale "in nero". Sono i dipendenti delle amministrazioni pubbliche, i docenti delle scuole e delle università e quanti "arrotondano" il loro stipendio fisso utilizzando (semmai) la disciplina sul part-time ma di fatto operando nel regime di concorrenza sleale. A ciò si aggiunge il fatto che tali soggetti non hanno alcun problema in merito al regime pensionistico, tenuto conto che lo stesso è regolato dal lavoro principale dipendente a tutto discapito del libero professionista "puro" che, attraverso l'iscrizione alle Casse di Previdenza, deve provvedere in maniera autonoma versando la quota minima anche in assenza di reddito percepito.
Già, egregio Professor Monti, perché spesso i professionisti, e mi riferisco ai tecnici, non riescono a sbarcare il lunario per via dei ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, del mancato esborso da parte del privato (basti verificare quanti tecnici sono costretti a fare ricorso alla legge per il riconoscimento dell'onorario) e per la difficoltà economica che si incorre nel mantenere "vivo" uno studio tecnico.
Ella, Professor Monti, con la sua idea delle libera professione "facilitata" dal sistema Italia, con la continua "presunzione di colpevolezza del libero professionista", inquadrato ormai in un contesto di "evasore fiscale" per eccellenza, attraverso il provvedimento che intende far approvare, metterà in ginocchio migliaia di professionisti seri che hanno dedicato la loro vita ad un'attività che dimostra di essere, per importanza, tra le prime nel nostro Paese. Io sono disposta a restituire il mio "pezzo di carta" ma non credo che con questo gesto Ella ed il Suo Governo ne trarranno beneficio.
Se chiudono gli studi professionali per "fallimento indotto dallo Stato" sarà il fallimento dell'intero Paese e mi creda se Le dico che, ai miei 40 anni, non è bello dover buttar via i sogni ed i sacrifici che si sono fatti pensando alle generazioni future mantenendo autonomia decisionale rispetto al potere dei forti (o degli arricchiti che costituiscono le società di ingegneria basate sul capitale economico) e dei prepotenti e furbi che operano nei sottofondi della legalità. La invito a riflettere bene ed a lavorare partendo dalle basi vere che pretendono chiarezza dei ruoli (e non confusioni) della qualità progettuale, della esecutività delle opere, della responsabilità civile e penale, e soprattutto del rispetto dell'opera d'ingegno che ad oggi è stata garantita, seppur con grandi difficoltà, dai minimi tariffari che costituiscono, attraverso la tutela ordinistica, l'unico mezzo per far valere i propri diritti. Operi seriamente sulle pubbliche amministrazioni e ponga dei paletti fermi sulla scelta lavorativa che ognuno vuole svolgere, dipendente o libero professionale.
Solo così si farà chiarezza ed Ella potrà agire con una manovra equa e giusta.

Confido nel suo senso dello Stato e della legalità.
Distinti Saluti

Giulia Fresca
ingegnere-giornalista

mercoledì 11 gennaio 2012

In Calabria amministratori sotto tiro. 966 atti intimidatori dal 2000.

La Calabria detiene un altro primato negativo. Il maggior numero di amministratori colpiti da violenza ed intimidazione mafiosa ma anche di “semplici” atti intimidatori

A livello nazionale sono 212 gli episodi di minacce e di intimidazioni di tipo mafioso e criminale ai danni di amministratori locali e personale della pubblica amministrazione – una media di 18 casi al mese, una ogni giorno e mezzo – censite per l’anno 2010 dall’Associazione “Avviso Pubblico. Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie” nel suo Rapporto intitolato “Amministratori sotto tiro. Buona politica e intimidazioni mafiose”. Secondo l’associazione i 212 casi sono così distribuiti:145 casi (il 68% del totale) nei confronti di amministratori locali, 23 casi (l’11% del totale) nei confronti di personale della pubblica amministrazione, 11 casi (il 5% del totale) nei confronti di candidati a ricoprire un ruolo politico, 8 casi (il 4% del totale) nei confronti di parenti degli amministratori in carica e 6 casi (il 3% del totale) nei confronti di ex amministratori. A questi dati vanno aggiunti i 19 casi (il 9% del totale) che sono stati registrati come atti vandalici nei confronti dei Municipi di altri strutture/uffici comunali. Ad essere più colpiti dalla violenza e dall’intimidazione mafiosa e criminale sono soprattutto amministratori locali delle regioni meridionali, in particolare: Calabria: 87 casi (41% del totale), Sicilia: 49 casi (23% del totale) e Campania: 29 casi (14% del totale). Ma non mancano casi di intimidazioni pesanti nei confronti di sindaci, assessori, consiglieri e funzionari della pubblica amministrazione e si registrano anche in Sardegna (25 casi, il 12% del totale), in Puglia (11 casi, il 5% del totale) e, in numero più limitato, anche in alcune regioni del Centro-Nord, come il Lazio (5 casi), Liguria (3 casi), Basilicata, Abruzzo e Marche (1 caso ciascuna).

Ma a dare i dati più pesanti ci ha pensato Legautonomie Calabria che nel suo ultimo rapporto presentato ieri riporta che solo nella regione sono 103 gli atti intimidatori contro amministratori calabresi rilevati nel 2011. Il dato, in linea con quello del 2010 (106), porta il totale dal 2000 ad oggi a 966. «La punta massima di eventi intimidatori - si legge nel rapporto - è stata registrata nel mese di aprile-maggio, coincidente, come già rilevato nel 2010, con una tornata di elezioni amministrative».

Dal segretario di Legautonomie, Claudio Cavaliere, è arrivata la proposta di costituire «un organismo investigativo ad hoc, una task force organizzata che possa leggere quello che avviene nel Comune interessato da intimidazioni». Secondo il presidente di Legautonomie, Mario Maiolo «in questo fenomeno i Comuni sono le vittime, così come lo sono i tantissimi amministratori calabresi che reggono il peso di una crisi pesante». Maiolo ha poi evidenziato la correlazione tra le intimidazioni e i periodi elettorali e scioglimenti dei Comuni, con il rischio che questi atti possano diventare «una pratica politica, uno strumento di antagonismo». Nel corso della conferenza stampa che si è svolta a Catanzaro, il presidente di Legautonomie ha anche ribadito la mancanza di «reti solide di relazioni istituzionali che possano fare sentire le centinaia di enti locali calabresi e i loro rappresentanti, partecipi di un’idea di governo, società e di scelte per lo sviluppo».

Dal rapporto emerge che la punta massima di atti intimidatori è stata registrata tra aprile e maggio, coincidente, come già accaduto nel 2010, con una tornata di elezioni amministrative. Il maggior numero di episodi si sono verificati nei comuni della provincia di Reggio Calabria (276, pari al 31%) ma è significativo anche quest'anno il dato del crotonese (134 casi, pari al 21% e numero massimo di episodi dal 2000) considerato che si tratta della più piccola provincia con appena 27 comuni. L'ultimo episodio, che non rientra nello studio, si è verificato appena due giorni fa con l'incendio del portone del municipio di Isola capo Rizzuto. Complessivamente gli episodi hanno interessato 68 diversi Comuni, il numero massimo dal 2000, che porta a 222 il numero degli enti che in questi anni sono stati colpiti almeno una volta dal fenomeno (il 54% del totale). Prendendo in rassegna il numero dei Comuni interessati dal 2000 ad oggi, nel crotonese l'85% del Comuni ha registrato almeno un episodio, così che ad oggi solo in quattro Comuni non è stato rilevato nessun atto. Segue il vibonese (80%), la provincia di Reggio (64%), il catanzarese (54%) ed il cosentino (35%). Nel 2011 i più bersagliati dalle intimidazioni sono stati i sindaci (34%), quindi i consiglieri comunali (23%). In totale le intimidazioni sono state indirizzate per il 70% verso amministratori comunali. Nel 10% dei casi sono state prese di mira strutture e beni comunali e nell'8% amministratori regionali, il dato più elevato nel decennio considerato. Lo scorso anno sono aumentati i danneggiamenti (23, +8% sul 2010), gli incendi di autovetture e proprietà private (15, +8%), le aggressioni (4, +1%). Sono diminuiti gli spari contro beni (7, -3%), l'utilizzo di ordigni esplosivi (2, -4%), gli incendi di strutture e beni pubblici (2, -4%) e le forme di intimidazioni con lettere e messaggi e altro (30, -11%). «Naturalmente - è scritto nel rapporto - non è dato sapere se l'omicidio verificatosi a Samo, a danno di un consigliere comunale», Vincenzo Sgabellone, rappresentante di una lista civica, ucciso il 30 ottobre scorso, «sia legato al suo ruolo o attiene a fattispecie diverse».

All’iniziativa erano presenti, tra gli altri, anche i sindaci di Isola Capo Rizzuto, Carolina Girasole, di Rosarno, Elisabetta Tripodi;di Lamezia Terme, Gianni Speranza; di Torre di Ruggiero, Pino Pitaro e di Montauro, Leo Procopio. Ed il sindaco di Isola Capo Rizzuto, Carolina Girasole, ha dichiarato intervenendo alla presentazione: «Le intimidazioni agli amministratori e alle istituzioni locali sono un’intimidazione a tutta la comunità. I cittadini devono indignarsi davanti a questo. La svolta ci sarà quando loro capiranno che ogni frase e ogni gesto contro gli amministratori sono un’offesa a tutta la popolazione». Secondo Girasole, «c'è oggi una grande distanza tra gli amministratori e i cittadini, così come c'è qualcuno che ha sempre deciso e vuole continuare a farlo al posto dei cittadini».

Tra le testimonianze, anche quella del sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi, costretta a vivere sotto tutela. Il primo cittadino ha detto: «Non mi sono mai sentita sola, perché c'è stata subito una risposta corale. Il tentativo che si attua con le intimidazioni e con la calunnia è quello di destabilizzare, di non fare durare un’esperienza amministrativa».

Il sindaco di Lamezia Terme, Speranza, ha proposto l’organizzazione di due iniziative, una a Isola Capo Rizzuto e l’altra a Rosarno, che possano permettere di registrare tra «i sindaci una maggiore solidarietà», spiegando che «siamo di fronte a un problema nazionale che qui ha una sua particolarità, ma non si può continuare a vederlo come un fatto puramente locale». «I dati diffusi da Legautonomie, che riferiscono di oltre cento atti intimidatori ai danni di amministratori locali calabresi nell'ultimo anno e, addirittura, di un migliaio di episodi dal 2002 a oggi, non sorprendono affatto, ma forniscono le proporzioni complessive di un fenomeno gravissimo». Lo afferma in una nota la deputata del Pd, Maria Grazia Laganà Fortugno, che chiede al Ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, di «venire al più presto in Calabria». «La Calabria - aggiunge - è oggi più che mai un'emergenza nazionale. Lo andiamo ripetendo da mesi, anzi, da anni. Il governo Monti intervenga, marcando anche da questo punto di vista una discontinuità rispetto al passato. Il ministro Cancellieri venga al più presto in Calabria al fine di prendere personalmente atto della drammatica situazione che sul piano dell'ordine pubblico si vive nella regione. È un'escalation continua che, nelle ultime settimane, ha portato all'intimidazione contro il centro migranti di don Panizza a Lamezia Terme; all'attentato ai danni della cooperativa sociale Goel di Caulonia e, infine, all'incendio del portone del municipio di Isola Capo Rizzuto». «Il Viminale - conclude Laganà - intervenga con la sua massima espressione politico-istituzionale per effettuare una compiuta ricognizione, anche per il tramite degli uffici territoriali del governo, al fine di mettere a punto le misure indispensabili per far fronte a questa situazione ormai insostenibile».

Giulia Fresca

lunedì 22 agosto 2011

I venti di guerra rischiano di far sparire la storia dell’Africa Mediterranea

ROMA - Africa, una parola che sempre più spesso riecheggia nella nostra quotidianità. La sua vicinanza “fisica” contrasta con la “lontananza” ideologica e culturale sebbene il mare che ci separa, in realtà, ci ha sempre uniti.
A voler utilizzare le parole di Ryszard Kapuscinski, «l'Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vasto e ricchissimo. È solo per semplificare che lo chiamiamo Africa. A parte la sua dimensione geografica, l'Africa non esiste».



Non risulta dagli scritti, che gli antichi Egizi avessero un nome per indicare tutta l’Africa, di cui del resto non conoscevano che qualche regione. Essi chiamavano Lbu (Libi) i popoli ad Occidente dell’Egitto e Nebes (Neri) quelli a Sud del loro paese, che furono poi chiamati dai Greci, fin dai tempi di Omero, gli Etiopi (Facce Annerite). Dagli scritti di Erodoto è possibile desumere che nel mondo greco del secolo V a.C., erano invalse due denominazioni: “Libia” per indicare sia il territorio del Libi, sia il resto del continente; “Etiopia” per i territori a Sud dell’Egitto e comunque per tutti quelli abitati dai Neri.
La parola “Africa” deriva, con ogni probabilità, dal termine fenicio faraqa, che esprime il concetto del separare. Infatti nel secolo IX a.C., coloni fenici provenienti da Tiro fondarono, presso l’attuale Tunisi, una città che chiamarono Qart-Hadasht (Città Nuova), ossia “Cartagine”. Fu questa la prima città fenicia dell’Africa settentrionale indipendente dalla madrepatria, e pertanto considerata “separatista”, e solo al suo territorio fu dato il nome di Africa.

Con questi limiti, il nome fu adottato anche dai Romani, che in seguito lo estesero ad altre regioni attigue e, nel secolo VI, indicava ormai tutto il Continente. Successivamente fu usato dai Greci nella forma Afrikè e dagli Arabi nella forma Ifriqiya.

Dopo tanti secoli di battaglie e di conquiste insanguinate, il 2011 è stato segnato da nuovi venti di guerra che hanno scosso alcuni Stati africani del Mediterraneo, quelli che siamo abituati a vedere sui depliant turistici come meta di viaggio e di cui solitamente non consideriamo il tipo di governo. In Tunisia, il regime di Zine El-Abidine Ben Ali, è ormai stato rovesciato dai ribelli e la medesima sorte è toccata a Muhammad Hosnī Sayyid Ibrāhīm Mubārak in Egitto, mentre il sangue scorre ancora in Libia dove il colonnello Muammar Saddam Osama Alì Agca Gheddafi oppone resistenza con le sue milizie agli attacchi delle forze Nato. Ma il nuovo vento africano sta soffiando sempre più forte, ed è un vento caldo, di protesta, di cambiamento. Dall’Egitto alla Tunisia, passando per la Libia, anche nello Yemen, l’Iran, il Bahrein, l’Algeria, la Siria e la Giordania dove la gente chiede riforme e vuole lasciarsi alle spalle i soprusi e le angherie di governi che di democratico hanno ben poco. Ed il vento continua a soffiare anche sul Marocco dove migliaia di manifestanti hanno sfilato pacificamente per le strade di Casablanca, di Rabat e di altre città del Paese per chiedere la limitazione dei poteri del re Mohammed VI ed una nuova Costituzione. La manifestazione era stata convocata sul Social Network Facebook ed era stata ribattezzata “Movimento del 20 febbraio”. Manifestazione pacifica si è detto, che però, in alcune zone del Paese è degenerata. Scontri a fuoco e vite disperse, ma insieme ad esse anche la perdita di un bene, quello storico, che è conservato nelle “pietre” poste nel corso di tanti secoli.

Sono anni però che il Patrimonio archeologico dell’Africa ed in particolare della Tunisia si sta disperdendo e tra le voci più allarmate c’è quella di Houcine Tlili, storico d'arte e ricercatore di estetica presso l’Institut National du Patrimoine. «Il beilicato della cultura musulmana non ha mai dato importanza al patrimonio storico della Tunisia. – sostiene la Tlili- Le rovine di Khirbat non interessano nessuno soprattutto dopo essere state depauperate di tutto quello che poteva essere riutilizzato in grandi dimore e sontuosi palazzi, come nel caso delle colonne di marmo».

Non meno grave è la situazione oggi in Libia dove Maurizio Giufrè, architetto e componente di un’équipe inviata per collaborare ad interventi di restauro dell’edilizia fascista, ne ha raccontato le meraviglie di Cirene, l’Atene d’Africa, dell’antica città romana di Sabratha, fondata dai Fenici, e delle imponenti e lussuose costruzioni di Leptis Magna. «Sulle coste della Tripolitania e della Cirenaica si alternano terminal petroliferi e piccoli villaggi di pescatori, aree militari severamente protette e vivaci centri urbani ma, – scrive Maurizio Giufrè- soprattutto, su quelle sponde di sabbie e rocce tenere resistono all’erosione del tempo e ai cataclismi, non solo naturali, vaste e importanti aree archeologiche di straordinario valore storico e artistico. Sabratha, Leptis Magna, Cirene, Apollonia sono le località più note che già l’Unesco, nel 1982, dichiarò patrimonio dell’umanità e che con molte difficoltà sono state tutelate fino a oggi dal Dipartimento delle Antichità con le poche risorse messe a loro disposizione dal colonnello Gheddafi». È stata una fortuna avere visitato le antiche vestigia romane e greche della Libia poco prima che esplodesse la guerra civile, il cui esito resta incerto.

Gli scontri si svolgono soprattutto nelle aree costiere libiche, e non si può non includere nei nostri pensieri anche quel ricco e unico patrimonio monumentale così fragile e vulnerabile rappresentato dalle antiche vestigia della nostra “quarta sponda”. La specificità di questo enorme patrimonio archeologico è la sua collocazione geografica, che non è isolata bensì integrata alla vita agricola ed incrocia i modesti commerci dei centri urbani sorti nelle loro vicinanze. Piuttosto, la coesistenza con quelle rovine è avvenuta tra l’indifferenza e l’ignoranza che un po’ dovunque hanno compromesso il paesaggio circostante con un’edilizia povera e autocostruita.

La strada da Tripoli per Sabratha è una fila interminabile di costruzioni basse e arrangiate che, come trincee, sbarrano lo sguardo verso la campagna e all’interno delle quali si svolge ogni genere di commercio; quando terminano è facile, compiendo una modesta deviazione, trovarsi davanti l’ingresso che immette nell’antica città romana, già colonia fenicia, di Sabratha. Il museo romano restaurato due anni fa con il contributo dell’Eni dopo un lungo periodo di abbandono, è un’architettura del razionalismo italiano dei primi anni ’30, testimonianza dell’impegno degli archeologi italiani che dal 1920 hanno scavato e ricostruito molto in questo sito. È nel museo che si conserva il mosaico pavimentale della Basilica giustianea (I sec. d.C.), che Cesare Brandi definì “la più bella opera d’arte, in via assoluta, che sia superstite in Tripolitania”, non capendo come un simile capolavoro potesse essere stato pensato per un piano terra come non accadde né a Santa Sofia né a San Vitale. È però il teatro romano (risalente al 119 d.C.) il monumento che per la sua mole, catalizza l’attenzione del visitatore. Italo Balbo volle che fosse ricostruito con solerzia dagli archeologi Giacomo Giusti e Giacomo Caputo ma quanto fedelmente, è oggetto di qualche dubbio.

Il teatro emerge su una distesa di rovine sparse sul terreno con la sua scena composta da tre ordini di colonne architravate che si infrange sul fondale azzurro del mare. Un’alta recinzione metallica lo circonda sul retro dell’emiciclo: la sola protezione in un’area dove i reperti marmorei affiorano sul bagnasciuga, i mosaici si distendono come tappeti all’interno delle rovine delle terme e delle domus e le colonne, in fila o a gruppi, sono come inutili sentinelle su un orizzonte che adesso immaginiamo attraversato dall’aviazione della Gran Jamahiriya diretta a bombardare gli insorti. Nel riaprire la mappa di Leptis Magna crescono le preoccupazioni sui rischi che corre il patrimonio archeologico libico. A Leptis più del sessanta per cento dei reperti sono lì, ancora sul posto, ma soprattutto impressiona la sua estensione, tanto che sempre Brandi scrisse,quando la vide per la prima volta, “è una cannonata” anche per chi “viene da Roma, e conosce Ostia e sa a memoria Pompei”. La città fondata anch’essa dai Fenici come Sabratha divenne “magna” dal 193 d. C. con Settimio Severo, che era nato lì. In soli quindici anni questo imperatore “militare” ne fece il trionfo dell’arte tardoromana. C’è da augurarsi davvero che ci sia consentito ancora continuare a studiare Leptis Magna perché rappresenta un laboratorio unico al mondo per l’arte e l’architettura tardoantica.

Come unica è anche Cirene, denominata l’Atene d’Africa, posta su un vasto altopiano davanti al mare, con ai lati e ai fianchi il deserto che la separa dal continente africano e che l’ha sempre resa, fin dalla sua fondazione nel 631 a.C. da parte di coloni terei, sponda insulare della Grecia. Lo studio scientifico della complessa mappa di Cirene da parte degli archeologi italiani risale alla prima decade del secolo scorso, anche se è dal Settecento che se ne conoscono le rovine. Salire sull’Acropoli da Nord con alle spalle il mare e Apollonia comporta la meraviglia di attraversare una vasta distesa terrazzata di tombe rupestri (VI sec. d.C.) con prospetti architettonici che sono solo l’anteprima di uno spettacolo eccezionale, che si gode tra i resti del Santuario di Apollo, chiuso sul lato occidentale dal Teatro Greco e su quello orientale dalle Terme, avendo alle spalle la Grotta Oracolare. Da subito il viaggiatore ha chiaro il fatto di trovarsi al centro di una stratificazione progressiva e densa non solo di blocchi di pietre, ma di miti e leggende che trasudano dalla quantità di altari, reciti, sacelli eretti ovunque dentro e fuori una quantità di templi e santuari per una moltitudine di divinità accolte tutte tra l’Acropoli e l’Agorà, così come i primi Greci fondatori di Cirene seppero convivere con le tribù libye.

È difficile, guardando alle testimonianze dell’antichità, orientarsi senza sgomento nella guerra civile libica, tra le violenze e le paure che oggi vive la popolazione, pur considerando la sua storia recente e le sue tradizioni tribali. Così com’è arduo immaginare l’isolamento e la solitudine della Libia, epicentro, nell’antichità, del più vasto scambio culturale e commerciale del Mediterraneo.
«L'europeo di passaggio in Africa- commentava Il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuscinski - di solito ne vede solo una parte, ossia l'involucro esterno, spesso il meno interessante e forse anche il meno importante. Il suo sguardo scivola sulla superficie senza penetrare oltre, quasi incredulo che dietro ad ogni cosa possa nascondersi un segreto e che questo segreto pervada le cose stesse. Ma la cultura europea non ci ha preparato a queste discese nel profondo alle fonti di mondi e culture diversi dai nostri.

L'Africa è un coacervo delle più svariate, più diverse e più contrastanti situazioni. Uno dice: "Là c'è la guerra", ed ha ragione. Un altro dice: "Là c'è la pace", e ha ragione anche lui. Tutto dipende infatti dal dove e quando. Ma di tutta questa varietà, di questo mosaico cangiante composto di sassi, ossa, conchiglie, ramoscelli e foglioline rimane ancora molto. Più lo contempliamo e più ci accorgiamo di come sotto i nostri occhi le parti di questo puzzle cambino posto, forma e tinta, finché non sorge uno spettacolo che ci abbaglia con la sua varietà, la sua ricchezza, il suo caleidoscopio di colori».

La guerra, l’impronta lasciata dal sangue, conduce ad un concetto di viaggio difficile da abbracciare nella sua complessità. Il porto è un luogo affascinante per quelli che partono e per quelli che ritornano, che hanno la forza di volere, il desiderio di viaggiare ed arricchirsi. Questo porto, immaginario, descritto in questa frase di Baudelaire, è quel luogo che scopriamo di possedere dentro ognuno di noi, un luogo affascinante e irrazionale in cui l'animale sociale uomo, ritrova il suo riconoscimento e la sua utilità nell'incontro con l'altro. Oggi la guerra nelle terre d’Africa deve risvegliare quei sentimenti di appartenenza verso una storia comune e per fare ciò occorre partire con la “valigia vuota di quelle immagini sull'Africa che abbiamo già pensato dentro di noi” come disse un missionario comboniano, per riportare “più cose possibili” contribuendo a conservare una memoria intatta per il diritto dei posteri.

domenica 23 gennaio 2011

La Calabria di Qualunquemente


di
Giulia Fresca

La Calabria di Qualunquemente

Santa Trada, la località collinare posta sopra il centro abitato di U Cannateddu, ovvero Cannitello di Villa San Giovanni è il luogo simbolo del film di Giulio Manfredonia, “Qualunquemente” che vede protagonista Antonio Albanese ed uno dei suoi personaggi televisivi più spiritosi e corrosivi, il politicante intrallazzista Cetto La Qualunque. L’uscita nelle sale ha fatto registrare il boom ai botteghini ed il film, realisticamente dissacratorio, merita di essere visto perché si miscelano le diverse anime della società. L’esasperante presenza di Cetto La Qualunque che in sè racchiude tutti i vizi della “mala società” non riesce però a far dimenticare quei valori “veri” in cui qualcuno ancora crede, sebbene alla fine soccomba sotto il peso dell’illegalità.
L’onda calabra, come recita la canzone di Peppe Voltarelli che riecheggia in alcune scene del film e lo connota nel suo finale, consegna non una regione meridionale qualunque, ma proprio la nostra con i suoi paesaggi e con le sue storture. E di Calabria in Qualunquemente ne abbiamo trovata tanta. Non è solo una location del Mezzogiorno d’Italia, bensì è connotata con i suoi usi, i suoi vizi, le sue “cose che non vanno”. Gli ospedali dove a regnare sono i topi ed a dirigere i primari senza meriti, il mare sporco a causa degli scarichi fognari a cielo aperto, l’abusivismo edilizio persino sulle aree archeologiche, la benevolenza della Chiesa di fronte a chi, in cambio del voto, promette il sostegno per il Santo Patrono ed infine la gestione familistica fino all’inverosimile della politica fatta in casa. Ma proprio Peppe Voltarelli è stato il primo a prendere le distanze scrivendo una lettera aperta ad Antonio Albanese «Onda Calabra è un brano che parla di emigrazione in Germania che descrive le sofferenza di una terra martoriata ma per la prima volta nella storia lo fa in maniera sorridente positiva allegra e giocosa con quel pizzico di ironia amara che non si piange addosso per questo è una canzone amata dalla gente del Sud come una bandiera perché è simbolo di speranza, una speranza seria non è una macchietta oppure una gag di cabaret.- scrive Voltarelli amareggiato - Caro Antonio non sai quanta rabbia provo e quanto è triste pensare che il mio brano più conosciuto nella tua versione ha perso completamente il suo significato originario, la sua forza e la sua dignità e il suo coraggio e penso a tutto il lavoro fatto negli ultimi vent'anni anni ai concerti nei piccoli paesi dimenticati da Dio alle traversate oceaniche per portare avanti un idea positiva e di calabresità sostenibile e a quante volte ho litigato con la Calabria da cartolina becera ottusa arrogante e mafiosa. Ignazio Butitta diceva che un popolo è povero per sempre quando gli tolgono la lingua, per questo motivo la canzone Qualunquemente mi ha ferito e credo che abbia ferito tutti quelli che come me coltivano il sogno del cambiamento. Ora ti saluto Antonio, goditi il tuo meritato successo, spero che la faccenda si risolva prima possibile, ma appena puoi per piacere ridammi indietro la mia canzone». Non c’è riscatto ed una delle prime scene apre sul cartello dell’immaginario e cementato paese di “Marina di Sopra, gemellato (non a caso) con la città di Weimar” rigorosamente arrugginito e crivellato di colpi di pistola, si continua su strade battute dalla calura estiva ed arse dall’incuria dell’uomo, per poi giungere al mare della vergogna. Antonio Albanese è bravissimo a rappresentare il calabrese intrallazzino, ma c’è il rischio che si possa pensare davvero ad un calabrese siffatto. La parlata, l’uso delle parolacce e persino la ‘nduja, che fa capolino nel film, ci consegnano uno spaccato non proprio immaginario della nostra regione. Alla scena di corruzione all’aeroporto di Lamezia Terme del pilota di un canader che preferisce far sorvolare sulla costa lo striscione elettorale di La Qualunque anziché spegnere l’incendio in Sila, si aggiunge l’immagine di una terra desolata, di paesi brutti e di ecomostri che diventano, come quello di Santa Trada, proprio sotto il Pilone della Stretto, il simbolo di una regione negativa sulle cui bellezze, al contrario, non si è spesa una parola. Qualcuno sostiene che il messaggio sia: «avete raggiunto il fondo e Cetto è solo la rappresentazione locale del malessere nazionale». In questo senso, il malessere è certamente massimo in Calabria dove la “normalità” è fatta di rapporti sociali più inquinati del mare. È questo forse il disequilibrio che emerge nel film, perché se a Cetto La Qualunque si contrappone il candidato De Santis che «se diventa sindaco mette il paese a rischio legalità», alla negatività dell’immagine di una regione non corrisponde una possibile azione di riscatto, lasciandoci “qualunquemente e senza dubbiamente” tutti dei…La Qualunque


mercoledì 1 settembre 2010

Saviano sulla ‘ndrangheta? No, Grazie!

Pubblicato su www.articolo21.org


di Giulia Fresca

È diventato peggio di Bruno Vespa, con il suo fare saccente e teatrale. Roberto Saviano annuncia che sta scrivendo un nuovo libro, il terzo ancora per la Mondadori, sulla ‘ndrangheta. Gli sarebbe bastato venire in Calabria qualche volta, contornato dalla sua scorta e parlare con i giornalisti che qui invece ricevono minacce vere, per capire tutto sull’organizzazione criminale più ramificata al mondo.
Che genio, Saviano. Aspettiamo il suo libro per sgominare le famiglie criminali, gli intrecci che conducono alla gestione di patrimoni immensi basati sul narcotraffico, le attività commerciali ed imprenditoriali di mezza Italia del Nord e del sud America, le candidature di politici “funzionali” alle realizzazioni di intendimenti che portano al Potere. Aspettiamo Saviano per dire a magistrati del calibro di Nicola Gratteri, Giuseppe Lombardo, Giuseppe Creazzo e non ultimo Salvatore Di Landro, che non hanno capito nulla di cosa accade in Calabria.
Ma chi è Saviano per venire a “raccontare” la ndrangheta?. È una persona che vive in una terra martoriata da gente che l’ha depredata ai propri utili generando povertà e stato di bisogno?
La ndrangheta si sa, è l’organizzazione più “facoltosa” al mondo eppure la Calabria è la regione più povera d’Italia o forse dell’intera Europa. Chi scrive di queste cose, denunciando quotidianamente gli abusi, i soprusi e le ingerenze politico-criminali, rischiando la vita seriamente perché è qui che vive ed abita, non ha certo intenzione di speculare attraverso la vendita di un libro che ancora deve vedere la luce e che però già fa parlare di sé preannunciandosi come un nuovo best-seller.
Tutto ciò è vergognoso e da calabrese dico ad alta voce: Saviano, No Grazie! Si dedichi ad altro nella vita, si goda i frutti delle sue consumate fatiche nella tranquillità dei luoghi protetto dalle sue scorte. Lasci perdere la Calabria alla quale non farà certo un piacere, perché non è in grado di trarre da questa terra le cose positive che in essa, nonostante tutto, si generano continuamente. È sufficiente rivolgere lo sguardo alle cooperative sociali nate avendo per mission il cambiamento della Calabria e operanti per il riscatto delle comunità locali, che realmente si battono contro le mafie inserendo nel mondo del lavoro persone svantaggiate. Persone che vengono cancellate dai “libri paga” della criminalità organizzata che in Calabria offre solo manovalanza. La vera ‘ndrangheta è culturale, è quella che afferisce alla soggettività e conflitto, alle “soggettività oggettivate”, di sentimento intimo e personale delle amicizie, di questioni al “femminile”, di situazioni che pongono in rapporto tradizione/modernità, etica e responsabilità. Nei fatti di ‘ndrangheta, chi li vive davvero e ne conosce il significato più profondo, paragona la condizione femminile della donna del criminale “come una pasta di pane”, poiché ciò che appare dimenticato o rimosso nelle narrazioni maschili della storia non è l’eccezionalità delle donne, bensì la loro normalità. Lo scialle nero, il “guardaspaddi”, è memoria di una generazione passata ma anche vissuto del presente e sguardo al futuro, che ci conduce a quel crocevia tra tradizionale e moderno, tra destino e scelta, che viene faticosamente elaborato nella soggettività delle donne del Sud. Il “guardaspaddi” diventa anche il luogo dove custodire segreti, dolori, paure: luogo di pace e di conflitti insieme. Quell’abito nero che rappresenta il lutto delle donne di ‘ndrangheta e di mafia rimanda a quel significato di “mafia” con quale intendiamo un fenomeno complesso, polimorfico, consistente nell’uso di pratiche di violenza e di illegalità, in genere da parte di strati sociali dominanti o tendenti a diventare tali come la “borghesia mafiosa”, allo scopo di accumulare ricchezza e acquisire posizioni di potere, avvalendosi di un codice culturale non immodificabile e di un relativo consenso sociale, variabile a seconda della composizione della società e dell’andamento del conflitto di classe o comunque del rapporto tra le varie componenti. Nelle “mafie” si inserisce erroneamente anche la ‘ndrangheta ma a torto, perché essa è fatta da legami di congiunti, da “fratelli di sangue” e da donne all’interno della “signoria territoriale”. Questa “mafia” intesa come un’organizzazione formalmente monosessuale, riservata ai maschi, sottolinea invece l’elasticità di fatto che consente il contributo sempre più rilevante della donna, vista come un “fantasma che prende corpo”, mentre la “mafia” ,ma ancora di più la ‘ndrangheta, è come una rete che cambia colore passando da un centro fitto e nero ad un intorno grigio fino a giungere ai limiti nel candore del bianco: il candore delle fedine penali di quanti non sono direttamente coinvolti ma che rappresentano la forza vera della “mafia” attraverso l’omertà e la ricerca della “pace”.
Roberto Saviano non scriverà mai di queste cose, perché non le conosce, non le vive e soprattutto perché non è in grado di capirle, dalla sua postazione “lontana”, ma soprattutto non saprebbe, per convenienza, porre il suo lavoro a fin di bene per questa terra, che ancora una volta si offre, stupidamente, come preda.

domenica 30 agosto 2009

Ottavio Rossani un calabrese al Nord ed un giornalista col cuore poeta

"Il Quotidiano della Calabria" domenica 30 agosto 2009

Curatore del blog del Corriere della Sera dedicato alla poesia, le sue recensioni sono ambitissime da autori italiani e stranieri, ma lui non dimentica la Calabria.
Calabrese di nascita, milanese per lavoro, Ottavio Rossani è una delle firme italiane più prestigiose. Giornalista al Corriere della Sera, poeta, saggista, pittore, nonché autore di alcune regie teatrali, nel suo modo eclettico di esprimere l’arte dei sentimenti, non dimentica la Calabria, non solo con i “ritorni” a Soverato, ma anche grazie alla collaborazione con “Il Quotidiano della Calabria”, di cui è editorialista. Sono recenti alcuni suoi articoli molto polemici nei confronti di Berlusconi, della Lega, delle norme sulla sicurezza, sulle “ronde”, sul reato di clandestinità e sulla politica economica.

Rossani, nella sua vita ha intervistato migliaia di personaggi, oggi tocca a lei rispondere alle domande. Come ama essere presentato?
Sinceramente non lo so. Non ci ho mai pensato. Posso dirle ciò che mi piace fare: scrivere. Scrivo poesie e sto scrivendo anche un romanzo; scrivo saggi, dipingo e sto preparando una mostra; mi piace fare regie teatrali su testi miei ed altrui e mi piace fare il giornalista, la mia professione di vita con quasi 40 anni di fedeltà ad una testata, esempio storico nel mondo d’oggi in cui i giornalisti vanno e vengono come i calciatori. L’ho sempre fatto, ho cominciato a sedici anni su un giornalino che si faceva a Soverato, e sempre continuerò a farlo (in eterno, come i sacerdoti!).
Troppe cose? No, in fondo sono modi diversi di scrivere.

«Rinchiuso in questa scatola/sono un puntino luminoso,/tra inquiete ombre vaganti/…/ Voglio il coraggio della gioia./Fatemi uscire dalla scatola!/ ».
Le sue poesie racchiudono le ansie degli animi e non solo di Ottavio Rossani. Ma è la poesia l’unico linguaggio universale che può “salvare il mondo”?
La poesia non salverà il mondo. Certamente ha però la forza di modificare l’uomo, sempre che ci sia la disponibilità dell’uomo a cambiare. La poesia non è preghiera, non è filosofia, non è scienza: tutto e niente di questo. La sua essenza è l‘immaginazione e le sue forme sono infinite. Un’illuminazione, un concetto, una fiammata emozionale può modificare la vita di chi è sensibile, disponibile a farsi modellare da un’idea. Ma chi non è capace di “ricevere” il dono della parola, non capisce e respinge la poesia come perdita di tempo inutile, come sciocchezza intellettualoide.
Certo, la poesia può essere evasiva, può incidere fortemente sulla realtà o perfino riqualificare la democrazia (leggere Facciamo democrazia di Giuseppe Conte, per esempio). Anch’io, nel mio piccolo, ho scritto e scrivo poesia civile: “Falsi confini” del 1989 è tutta una denuncia sulla disgregazione sociale degli anni Settanta/Ottanta. La poesia civile oggi è sempre più necessaria, soprattutto nel nostro Sud, che sul piano culturale si mostra troppo refrattario agli stimoli non solo dei poeti, ma di ogni intellettuale.

La sua vita è la continua ricerca del sapere. Dalle sue parole trapela la delusione su come si sta conducendo il mondo sebbene cerchi di dare accenti di speranza. Cosa si può ancora fare?
Tutti sbagliamo e tutti dovremmo impegnarci di più, con onestà e convinzione, ognuno nel proprio ruolo e nelle proprie attività. Banale? Forse, ma non c’è progresso senza lavoro e studio; non c’è risultato positivo, senza umiltà e onestà. Naturalmente, il disonesto, l’arruffone, il mafioso, il prepotente, si può arricchire presto e molto esercitando il suo potere illegale. La gente se ne accorge e non riesce a bloccarne i comportamenti perché in fondo ogni persona è sola con se stessa e con la propria correttezza. Queste distorsioni e violenze, si sentono di più al Sud, al Nord c’è maggiore coscienza civile: qualità che si sta inquinando con la Lega che arringa all’egoismo, all’individualismo, al razzismo. C’è una falsificazione di valori fondamentali, ma l’onestà non si può barattare con nient’altro. Invece in Italia si ingozzano evasori fiscali, lenoni, e mafiosi. Dovrei essere soddisfatto? Ho girato il mondo, conosciuto potenti e povera gente: ho imparato che esistono persone perbene, che vivono con poco nella loro dignità e persone che prevaricano (anche uccidendo) sui deboli arricchendosi, senza dignità e senza valori. Ma le vittime dei delinquenti e degli oppressori non sempre hanno la forza di ribellarsi e di difendersi. Quello che mi addolora di più sono proprio queste forme di sudditanza forzata che nel mondo esistono in quasi tutti i Paesi, compresi gli USA e l’Italia. Non basta parlare di democrazia, se chi dovrebbe far rispettare le leggi è il primo a violarle ledendo i diritti umani.

La sua “Intervista sui rapimenti” al magistrato Ferdinando Pomarici, uno dei libri più ricercati dagli studiosi di storia contemporanea che si interrogano sul mistero del delitto Moro e altre vicende ambigue e sanguinose di quegli anni, è ancora oggi attuale per l’analisi del rapporto politica-magistratura-criminalità che lei 30 anni fa ha anticipato. Possibile che non sia cambiato quasi nulla?
Non è vero, le cose sono cambiate, ma in peggio. Certo, è finito il fenomeno dei sequestri di persona sia a scopo di estorsione dalle bande criminali, sia politico dai gruppi eversivi, che negli anni Settanta erano una piaga quotidiana. Però si sono infittite le trame e le collusioni tra poteri deviati dello Stato: le varie mafie non lavorano solo nel Sud ma hanno bellissimi uffici di vetro e acciaio a Milano, Genova, Roma, e nelle altre città, dove riciclano denaro illecito e insanguinato in azioni e titoli finanziari, insomma in attività legali. Per non parlare di negozi di lusso e ristoranti, che sono semplici coperture (comunque redditizie) per le varie attività illecite.

C’è stato un momento in cui si poteva sperare che le cose andassero meglio, che i cittadini fossero più consapevoli dei propri diritti e doveri, in Italia?
Dopo la valanga di Tangentopoli (1992 e seguenti) tutti abbiamo sperato che quanto meno la politica potesse rinnovarsi e restare pulita. Speranza delusa. Le distorsioni della magistratura che usò spesso l’arresto per costringere le persone a confessare (diversi furono i suicidi in carcere e fuori), la defenestrazione di quasi tutta la classe politica di allora, anche di chi non aveva commesso alcun reato come è stato accertato col tempo (i sopravvissuti in Parlamento sono veramente pochi, e chi è venuto dopo non è certo all’altezza della situazione, tranne alcune eccezioni), la scomparsa dei partiti tradizionali, come DC e PSI, l’irruzione nella politica di Berlusconi e Di Pietro, la lotta intestina tra D’Alema e Veltroni prima nel PCI, poi PDS, ora PD, il frastagliamento delle formazioni di sinistra che da sempre trovano motivi di contrasto e non di unione, hanno portato alla situazione attuale di cinismo dei politicanti e di incredulità e scarsa fiducia negli uomini politici.
Mentre criminalità e corruzione continuano a predominare, senza che qualcuno possa alzare una diga. In questo quadro, l’unico partito vero rimasto, e cioè la Lega, come si legge ogni giorno sui giornali e si ascolta in radio e tv, intorbida le acque con le sue proposte razziste, discriminatorie, disgregatrici. Negli ultimi quindici anni ci si è inventati il precariato e la flessibilità, parole che sono servite a smantellare lo Stato Sociale, che era stato costruito in cento anni di battaglie. E mentre Barak Obama negli USA cerca di introdurre l’assistenza sanitaria pubblica per tutti (bloccato per ora dalle lobbies farmaceutiche e ospedaliere), in Italia continuano ad aumentare i ticket tanto che molti, soprattutto pensionati e appunto precari, anche se sono malati, rinunciano perfino a fare analisi e controlli. Una nazione, uno Stato, che perde il senso della solidarietà, apre la strada all’oppressione e all’ingiustizia. Ma il discorso sarebbe troppo lungo, anche se le cose sono evidenti.

Rossani, nei suoi libri “Stato, società e briganti nel Risorgimento italiano” e “La parola dei pentiti. Il processo Mancini, i pentiti, la magistratura, la politica” ha parlato di Sud con tono criticamente duro. Che rapporto ha con la Calabria?
D’amore, contrastato e incompreso. Non è il solito luogo comune di “amore e odio”. Io non odio. Ma so ciò che funziona e quello che no. La Calabria è forse la regione più bella d’Italia, avrebbe le risorse naturali e intellettive per risolvere, da sola, la sua “questione meridionale”. Basterebbe buttarsi a capofitto nel turismo, che è la più grande e redditizia industria italiana, e riuscire a far affluire persone da tutto il mondo tramite pacchetti concordati con agenzie e tour operator. Ma non è facile. I calabresi non hanno tale professionalità. Ci sono quattro (o cinque?) istituti alberghiero/turistici nella regione già da 40 anni, ma non hanno saputo creare un’eccellenza nel settore. Sappiamo tutti che se si entra in un albergo calabrese, tranne due o tre, c’è mancanza di servizi e attenzione per i clienti. E non basta chiedere scusa ai turisti come ha fatto (bene, per altro) il presidente Loiero l’altro anno. I rappresentanti politici non hanno saputo fare accordi né con le compagnie aeree italiane né tanto meno con quelle straniere per facilitare gli arrivi dei turisti. E comunque anche se arrivassero a milioni, come potrebbe una compagnia di dilettanti allo sbaraglio, preoccupati solo di incassare, soddisfare le pretese di chi paga? Per quale motivo le persone devono venire in Calabria se vengono regolarmente salassate sul posto e già in partenza devono mettere in conto viaggi costosissimi? Ma non si potrebbe imitare la Spagna che in meno di 20 anni ha trasformato la propria economia turistica da approssimativa a quasi perfetta?
Quando dico queste cose, vengo considerato uno che sparla della Calabria. Ed è in questi casi che mi sommerge un grande dispiacere, una grande amarezza. In fondo, ne ho viste di cose nel mondo! Qualcosa posso raccontare. Quanto meno so fare i confronti. Ma i miei interlocutori, politici o semplici cittadini, sono sordi. La verità è che a nessuno interessa che la Calabria si evolva, si arricchisca, cresca culturalmente. Né ai calabresi né ai non calabresi.
Dove c’è cultura, è difficile che la mafia possa plagiare. Potrà sì continuare a svolgere attività criminali, ma non potrà mai prevalere. Dove però domina l’ignoranza, l’arroganza, la presunzione, l’approssimazione, allora la mafia diventa datore di lavoro, raccomanda e poi chiede il conto. So bene che tutto è complicato. Ma bisogna continuare ad avere speranza. Svegliarsi dal torpore e desiderare. Ho l’impressione che la mia Calabria sia una terra dove il desiderio si è disperso, essiccato. E questo, come calabrese, è il mio più grande dolore.

Lei a 32 anni, dopo aver vinto il Premio Senigallia per il miglior cronista dell’anno, fu finalista al Premio Viareggio con la sua opera prima di poesie “Le deformazioni” (1976). Oggi è in libreria con un romanzo in versi “L’ignota battaglia” (Rubbettino, 2005), metafora del disagio in cui l‘uomo vive nel mondo contemporaneo. Ma oggi, che tanto si scrive e poco si legge, Ottavio Rossani quale autorevole consiglio dà a quanti hanno la pretesa di essere messi come autori in evidenza nelle vetrine delle librerie?
Non credo di avere l’autorevolezza per dare consigli di questo genere. Posso solo testimoniare la mia esperienza, che non è certo quella di uno scrittore di best-seller. Ho scritto libri di poesie, saggi e un romanzo, che ho pubblicato sempre con piccoli editori. Tranne uno: “L’industria dei sequestri” edito da Longanesi nel 1978, in cui ho fatto la storia dei sequestri di persona in Italia. Non c’era nulla di scientifico sulla materia, tranne una storia dei sequestri in Sardegna. Nel mio libro ho cercato di dare l’avvio agli studi sociologici sul fenomeno dei rapimenti, che per la sistematicità con cui avvenivano in quegli anni era diventato una delle tante anomalie italiane. Metodi, numeri, comportamenti criminali, sistemi investigativi: ho esaminato e “storicizzato” tutto. Da quel momento la Criminalpol ha cominciato a comporre il suo data base sul fenomeno. La grande soddisfazione che ho avuto per molti anni è stata sentire dai colleghi che seguivano la cronaca nera e in particolare i sequestri: “Sai, ho sulla scrivania il tuo libro sui sequestri…”.
Non dico questo per vanagloria, ma perché è cronaca. Sono fatti accaduti. Oggi per me non hanno molta importanza. Ma fanno parte della mia esperienza di giornalista e scrittore. Quindi posso solo suggerire a chi scrive: prima di tutto di essere consapevoli di avere qualcosa di importante da dire; poi, verificare sempre e più volte le fonti, non solo per scrivere di storia, o attualità, o di cose giornalistiche, ma anche quando si scrive poesia, romanzi e saggi letterari o di altro genere. Ciò che succede molto spesso ormai è che si comincia a leggere un libro – qualsiasi – e si trovano refusi, imprecisioni, approssimazioni, e dati anche fasulli e lo si butta via. Perciò, se non si è sicuri di quel che si vuole dire e se non si riesce a verificare le notizie, i dati, i riferimenti storici, letterari, scientifici, meglio sarebbe non scrivere affatto. E infine, quando si è proprio sicuri, scrivere, senza pensare alle vetrine delle librerie, se il libro si venderà, se potrà piacere a questo o quell’altro, soprattutto se si tratta di potenti. Altrimenti non si è scrittori, ma semplici portavoce. Sarebbe meglio allora fare altro, meno faticoso e magari più redditizio.

Ritorniamo al suo primo vero amore. “Segnali di vita, poesia a colori”, “Soste e transiti”: non sono titoli di poesie ma di alcune mostre dei suoi quadri pieni di poesia. È forse un sogno a colori per una scrittura in bianco e nero?
Direi che entrambe le cose sono possibili. La scrittura per me è stata ed è vita. La prima poesia l’ho scritta a 14 anni in un pomeriggio di malinconia mentre studiavo. Suonavano le campane a morto. Una notizia ferale avrei appreso più tardi. E ho appuntato dei versi come “la morte, la sento, la temo, è qui accanto”. Una specie di esorcismo. Poi ho buttato quel testo di cui non ricordo altro. Da quel momento ogni giorno ho sempre scritto una riflessione, un’immagine, un concetto, un’invocazione, insomma qualcosa. Ogni volta lasciò lì a decantare, e dopo qualche tempo riprendo quei testi, li rielaboro e lentamente nasce un libro. Ad un certo punto della mia vita, ho sentito il bisogno di disegnare i versi che elaboravo. Ho sempre disegnato: ma gettavo via i lavori quando li avevo finiti. Poi nel 1989 ho fatto un viaggio in Turchia. Ad Istanbul ho visto la Moschea Azzurra e sono rimasto affascinato dai disegni su quelle piastrelle che formano mosaici di straordinaria bellezza. Dopo un mese, durante le vacanze che ho trascorso a Soverato, ho dipinto una serie di quadri con motivi azzurri, rossi, ocra, arancione, colori accesi, attorno a brevi testi poetici. Il critico Gilberto Finzi li chiamò “visioni scritturali”. Anche il crollo del Muro di Berlino ha influito sulla mia necessità di dipingere; come se la caduta del Muro fosse un segnale fondamentale di conquista di libertà, come se si fossero aperte porte che prima non avevo visto e che promettevano che oltre ci fosse una realtà migliore da scoprire. E lentamente dalla poesia disegnata sono arrivato a dipingere la mente. I miei quadri sono esplosioni di colori. Non sono nature, non sono paesaggi: per questi c’è la fotografia. Non so definire i miei quadri, ma quel che mi preme è fissare sulla tela un’immagine che fluisce dalla mente e spero che resti a testimonianza di un pensiero, forse appena abbozzato, ma vero, forte, provocante.

La personalità complessa, ma al tempo stesso facilmente comprensibile, di Ottavio Rossani è un tesoro da “scoprire” all’interno dei suoi scritti e da “leggere” tra i colori dei suoi quadri. Un intellettuale che offre alla cultura italiana uno spaccato di storia ed una forte componente passionale per riuscire a vedere, o intravvedere, il futuro che nasce da ognuno di noi. E che patisce sognando una Calabria più moderna, più ricca, più corretta, più libera, più autentica.

Giulia Fresca

SCUSE

Chiedo scusa a tutti i cari amici e visitatori di questo blog se da qualche tempo non è stato aggiornato come mia consuetudine, quotidianamente. Riprendo oggi con l'impegno a caricare tutto l'arretrato che sarà disponibile nei prossimi giorni. Grazie a tutti coloro mi hanno scritto... grazie per la comprensione.. a presto.
Giulia Fresca

domenica 12 aprile 2009

Il cimitero dei vagoni

“Il Quotidiano della Calabria” domenica 12 aprile 2009 

LA SENSAZIONE per un attimo è quella di trovarsi sul set del film Cassandra Crossing di George Cosmatos, poi, non vedendo anima viva intorno ed allungando la mano, ci si rende conto che tutto è vero, si può toccare e soprattutto che siamo a Cosenza. Non un set, ma i binari a nord della stazione di Vaglio Lise, divenuta ormai da “stazione fantasma” a “stazione deposito”. Già, ma di cosa? Vagoni pieni di amianto. Vagoni incendiati, vagoni non più utilizzati al Nord da oltre 30 anni e che in Calabria hanno continuato a viaggiare fino a poco tempo fa. Il nostro tentativo di contarli camminando tra due file di binari occupati, sebbene a poco potesse servire, è stato interrotto, facendoci perdere il conto, da un rumore sospetto che ha distratto la nostra attenzione. Forse qualche topo ha fatto rotolare qualcosa sulle lamiere di ferro arruginito disposte a terra un po’ più in là da noi, in attesa di andare a sigillare qualche altro vagone, o forse qualcuno ci ha sorpassato, senza accorgersi della nostra presenza, dall’altra parte del convoglio. Alla fine del nostro sopralluogo, qualcuno in stazione, ci dirà che quella è la strada principale di accesso ai campi rom posti a nord dei binari, via frequentata da quanti vanno a chiedere l’elemosina ai semafori e, comprendiamo, che forse il nostro timore non era del tutto ingiustificato. Non è occorso alcun permesso, alcun controllo per entrare. Nessuno ci ha fermato nel proseguire. Giunti in stazione è sufficiente dirigersi verso nord, scendere nel piazzale delle movimentazioni dove i camion di Ruffolo entrano ed escono e proseguire lungo i binari. Oltre 50 vagoni, giacciono lì, qualcuno nascosto da altri meno inquitetanti, proteggendosi quasi l’un l’altro. Li avevamo visti dall’alto dei palazzi Carime, li vediamo tutti i giorni percorrendo la superstrada 107: stanno lì, costeggiando l’area urbana. L’odore acre portato dal vento non lascia dubbi. Troviamo un intero convoglio del “Corriere della Sera” bruciato per circa la metà mentre l’altra parte è parzialmente sigillata. “Parzialmente” sta per “non perfettamente” perché le pannellature non chiudono completamente le aperture, lasciando la possibilità al contenuto di fuoriuscire trasportato dagli agenti atmosferici. Sul primo binario altre quattro carrozze contenenti amianto appaiono sigillate, ma non è dato sapere se all’interno il materiale sia stato opportunamente incapsulato, certo è che ormai sono mesi che giace immobile su quella strada ferrata in attesa di essere bonificato. Ruggine e polvere che si fissa alla pelle. Odore acre e visione spettrale che sa di morte. L’altoparlante ci informa dell’arrivo di un regionale, praticamente gli unici treni oltre a qualche raro interregionale, che viaggiano ancora sul binario accanto a quello dei treni fantasma. Svanite nel nulla le tante declamate odi alla stazione cosentina, fiore all’occhiello dell’architettura manciniana e oggi abbandonata a se stessa. Una stazione quasi fantasma, vissuta da sempre meno tassisti. Cosenza capoluogo schiacciata dallo snodo ferroviario di Paola, paese di provincia dove passano i binari che collegano Reggio Calabria a Milano. Un posto in ginocchio, Vaglio Lise: le vetrine chic di Corso Mazzini, le strutture del Museo all’Aperto Bilotti, sembrano lontane mille miglia. E invece sono a poche centinaia di metri in linea d’aria. Unica speranza: i futuri palazzi della Provincia, lì di fronte ai binari, potrebbero riportare un po’ di smalto a una zona quasi maledetta. Chi ci lavora non vuole parlare, ma di parole a noi ne dicono tante confermando la nostra “scoper ta”: Cosenza Vaglio Lise è ormai capolinea in tutti i sensi.

Giulia Fresca