
Curatore del blog del Corriere della Sera dedicato alla poesia, le sue recensioni sono ambitissime da autori italiani e stranieri, ma lui non dimentica la Calabria.
Calabrese di nascita, milanese per lavoro, Ottavio Rossani è una delle firme italiane più prestigiose. Giornalista al Corriere della Sera, poeta, saggista, pittore, nonché autore di alcune regie teatrali, nel suo modo eclettico di esprimere l’arte dei sentimenti, non dimentica la Calabria, non solo con i “ritorni” a Soverato, ma anche grazie alla collaborazione con “Il Quotidiano della Calabria”, di cui è editorialista. Sono recenti alcuni suoi articoli molto polemici nei confronti di Berlusconi, della Lega, delle norme sulla sicurezza, sulle “ronde”, sul reato di clandestinità e sulla politica economica.
Rossani, nella sua vita ha intervistato migliaia di personaggi, oggi tocca a lei rispondere alle domande. Come ama essere presentato?
Sinceramente non lo so. Non ci ho mai pensato. Posso dirle ciò che mi piace fare: scrivere. Scrivo poesie e sto scrivendo anche un romanzo; scrivo saggi, dipingo e sto preparando una mostra; mi piace fare regie teatrali su testi miei ed altrui e mi piace fare il giornalista, la mia professione di vita con quasi 40 anni di fedeltà ad una testata, esempio storico nel mondo d’oggi in cui i giornalisti vanno e vengono come i calciatori. L’ho sempre fatto, ho cominciato a sedici anni su un giornalino che si faceva a Soverato, e sempre continuerò a farlo (in eterno, come i sacerdoti!).
Troppe cose? No, in fondo sono modi diversi di scrivere.
«Rinchiuso in questa scatola/sono un puntino luminoso,/tra inquiete ombre vaganti/…/ Voglio il coraggio della gioia./Fatemi uscire dalla scatola!/ ».
Le sue poesie racchiudono le ansie degli animi e non solo di Ottavio Rossani. Ma è la poesia l’unico linguaggio universale che può “salvare il mondo”?
La poesia non salverà il mondo. Certamente ha però la forza di modificare l’uomo, sempre che ci sia la disponibilità dell’uomo a cambiare. La poesia non è preghiera, non è filosofia, non è scienza: tutto e niente di questo. La sua essenza è l‘immaginazione e le sue forme sono infinite. Un’illuminazione, un concetto, una fiammata emozionale può modificare la vita di chi è sensibile, disponibile a farsi modellare da un’idea. Ma chi non è capace di “ricevere” il dono della parola, non capisce e respinge la poesia come perdita di tempo inutile, come sciocchezza intellettualoide.
Certo, la poesia può essere evasiva, può incidere fortemente sulla realtà o perfino riqualificare la democrazia (leggere Facciamo democrazia di Giuseppe Conte, per esempio). Anch’io, nel mio piccolo, ho scritto e scrivo poesia civile: “Falsi confini” del 1989 è tutta una denuncia sulla disgregazione sociale degli anni Settanta/Ottanta. La poesia civile oggi è sempre più necessaria, soprattutto nel nostro Sud, che sul piano culturale si mostra troppo refrattario agli stimoli non solo dei poeti, ma di ogni intellettuale.
La sua vita è la continua ricerca del sapere. Dalle sue parole trapela la delusione su come si sta conducendo il mondo sebbene cerchi di dare accenti di speranza. Cosa si può ancora fare?
Tutti sbagliamo e tutti dovremmo impegnarci di più, con onestà e convinzione, ognuno nel proprio ruolo e nelle proprie attività. Banale? Forse, ma non c’è progresso senza lavoro e studio; non c’è risultato positivo, senza umiltà e onestà. Naturalmente, il disonesto, l’arruffone, il mafioso, il prepotente, si può arricchire presto e molto esercitando il suo potere illegale. La gente se ne accorge e non riesce a bloccarne i comportamenti perché in fondo ogni persona è sola con se stessa e con la propria correttezza. Queste distorsioni e violenze, si sentono di più al Sud, al Nord c’è maggiore coscienza civile: qualità che si sta inquinando con la Lega che arringa all’egoismo, all’individualismo, al razzismo. C’è una falsificazione di valori fondamentali, ma l’onestà non si può barattare con nient’altro. Invece in Italia si ingozzano evasori fiscali, lenoni, e mafiosi. Dovrei essere soddisfatto? Ho girato il mondo, conosciuto potenti e povera gente: ho imparato che esistono persone perbene, che vivono con poco nella loro dignità e persone che prevaricano (anche uccidendo) sui deboli arricchendosi, senza dignità e senza valori. Ma le vittime dei delinquenti e degli oppressori non sempre hanno la forza di ribellarsi e di difendersi. Quello che mi addolora di più sono proprio queste forme di sudditanza forzata che nel mondo esistono in quasi tutti i Paesi, compresi gli USA e l’Italia. Non basta parlare di democrazia, se chi dovrebbe far rispettare le leggi è il primo a violarle ledendo i diritti umani.
La sua “Intervista sui rapimenti” al magistrato Ferdinando Pomarici, uno dei libri più ricercati dagli studiosi di storia contemporanea che si interrogano sul mistero del delitto Moro e altre vicende ambigue e sanguinose di quegli anni, è ancora oggi attuale per l’analisi del rapporto politica-magistratura-criminalità che lei 30 anni fa ha anticipato. Possibile che non sia cambiato quasi nulla?
Non è vero, le cose sono cambiate, ma in peggio. Certo, è finito il fenomeno dei sequestri di persona sia a scopo di estorsione dalle bande criminali, sia politico dai gruppi eversivi, che negli anni Settanta erano una piaga quotidiana. Però si sono infittite le trame e le collusioni tra poteri deviati dello Stato: le varie mafie non lavorano solo nel Sud ma hanno bellissimi uffici di vetro e acciaio a Milano, Genova, Roma, e nelle altre città, dove riciclano denaro illecito e insanguinato in azioni e titoli finanziari, insomma in attività legali. Per non parlare di negozi di lusso e ristoranti, che sono semplici coperture (comunque redditizie) per le varie attività illecite.
C’è stato un momento in cui si poteva sperare che le cose andassero meglio, che i cittadini fossero più consapevoli dei propri diritti e doveri, in Italia?
Dopo la valanga di Tangentopoli (1992 e seguenti) tutti abbiamo sperato che quanto meno la politica potesse rinnovarsi e restare pulita. Speranza delusa. Le distorsioni della magistratura che usò spesso l’arresto per costringere le persone a confessare (diversi furono i suicidi in carcere e fuori), la defenestrazione di quasi tutta la classe politica di allora, anche di chi non aveva commesso alcun reato come è stato accertato col tempo (i sopravvissuti in Parlamento sono veramente pochi, e chi è venuto dopo non è certo all’altezza della situazione, tranne alcune eccezioni), la scomparsa dei partiti tradizionali, come DC e PSI, l’irruzione nella politica di Berlusconi e Di Pietro, la lotta intestina tra D’Alema e Veltroni prima nel PCI, poi PDS, ora PD, il frastagliamento delle formazioni di sinistra che da sempre trovano motivi di contrasto e non di unione, hanno portato alla situazione attuale di cinismo dei politicanti e di incredulità e scarsa fiducia negli uomini politici.
Mentre criminalità e corruzione continuano a predominare, senza che qualcuno possa alzare una diga. In questo quadro, l’unico partito vero rimasto, e cioè la Lega, come si legge ogni giorno sui giornali e si ascolta in radio e tv, intorbida le acque con le sue proposte razziste, discriminatorie, disgregatrici. Negli ultimi quindici anni ci si è inventati il precariato e la flessibilità, parole che sono servite a smantellare lo Stato Sociale, che era stato costruito in cento anni di battaglie. E mentre Barak Obama negli USA cerca di introdurre l’assistenza sanitaria pubblica per tutti (bloccato per ora dalle lobbies farmaceutiche e ospedaliere), in Italia continuano ad aumentare i ticket tanto che molti, soprattutto pensionati e appunto precari, anche se sono malati, rinunciano perfino a fare analisi e controlli. Una nazione, uno Stato, che perde il senso della solidarietà, apre la strada all’oppressione e all’ingiustizia. Ma il discorso sarebbe troppo lungo, anche se le cose sono evidenti.
Rossani, nei suoi libri “Stato, società e briganti nel Risorgimento italiano” e “La parola dei pentiti. Il processo Mancini, i pentiti, la magistratura, la politica” ha parlato di Sud con tono criticamente duro. Che rapporto ha con la Calabria?
D’amore, contrastato e incompreso. Non è il solito luogo comune di “amore e odio”. Io non odio. Ma so ciò che funziona e quello che no. La Calabria è forse la regione più bella d’Italia, avrebbe le risorse naturali e intellettive per risolvere, da sola, la sua “questione meridionale”. Basterebbe buttarsi a capofitto nel turismo, che è la più grande e redditizia industria italiana, e riuscire a far affluire persone da tutto il mondo tramite pacchetti concordati con agenzie e tour operator. Ma non è facile. I calabresi non hanno tale professionalità. Ci sono quattro (o cinque?) istituti alberghiero/turistici nella regione già da 40 anni, ma non hanno saputo creare un’eccellenza nel settore. Sappiamo tutti che se si entra in un albergo calabrese, tranne due o tre, c’è mancanza di servizi e attenzione per i clienti. E non basta chiedere scusa ai turisti come ha fatto (bene, per altro) il presidente Loiero l’altro anno. I rappresentanti politici non hanno saputo fare accordi né con le compagnie aeree italiane né tanto meno con quelle straniere per facilitare gli arrivi dei turisti. E comunque anche se arrivassero a milioni, come potrebbe una compagnia di dilettanti allo sbaraglio, preoccupati solo di incassare, soddisfare le pretese di chi paga? Per quale motivo le persone devono venire in Calabria se vengono regolarmente salassate sul posto e già in partenza devono mettere in conto viaggi costosissimi? Ma non si potrebbe imitare la Spagna che in meno di 20 anni ha trasformato la propria economia turistica da approssimativa a quasi perfetta?
Quando dico queste cose, vengo considerato uno che sparla della Calabria. Ed è in questi casi che mi sommerge un grande dispiacere, una grande amarezza. In fondo, ne ho viste di cose nel mondo! Qualcosa posso raccontare. Quanto meno so fare i confronti. Ma i miei interlocutori, politici o semplici cittadini, sono sordi. La verità è che a nessuno interessa che la Calabria si evolva, si arricchisca, cresca culturalmente. Né ai calabresi né ai non calabresi.
Dove c’è cultura, è difficile che la mafia possa plagiare. Potrà sì continuare a svolgere attività criminali, ma non potrà mai prevalere. Dove però domina l’ignoranza, l’arroganza, la presunzione, l’approssimazione, allora la mafia diventa datore di lavoro, raccomanda e poi chiede il conto. So bene che tutto è complicato. Ma bisogna continuare ad avere speranza. Svegliarsi dal torpore e desiderare. Ho l’impressione che la mia Calabria sia una terra dove il desiderio si è disperso, essiccato. E questo, come calabrese, è il mio più grande dolore.
Lei a 32 anni, dopo aver vinto il Premio Senigallia per il miglior cronista dell’anno, fu finalista al Premio Viareggio con la sua opera prima di poesie “Le deformazioni” (1976). Oggi è in libreria con un romanzo in versi “L’ignota battaglia” (Rubbettino, 2005), metafora del disagio in cui l‘uomo vive nel mondo contemporaneo. Ma oggi, che tanto si scrive e poco si legge, Ottavio Rossani quale autorevole consiglio dà a quanti hanno la pretesa di essere messi come autori in evidenza nelle vetrine delle librerie?
Non credo di avere l’autorevolezza per dare consigli di questo genere. Posso solo testimoniare la mia esperienza, che non è certo quella di uno scrittore di best-seller. Ho scritto libri di poesie, saggi e un romanzo, che ho pubblicato sempre con piccoli editori. Tranne uno: “L’industria dei sequestri” edito da Longanesi nel 1978, in cui ho fatto la storia dei sequestri di persona in Italia. Non c’era nulla di scientifico sulla materia, tranne una storia dei sequestri in Sardegna. Nel mio libro ho cercato di dare l’avvio agli studi sociologici sul fenomeno dei rapimenti, che per la sistematicità con cui avvenivano in quegli anni era diventato una delle tante anomalie italiane. Metodi, numeri, comportamenti criminali, sistemi investigativi: ho esaminato e “storicizzato” tutto. Da quel momento la Criminalpol ha cominciato a comporre il suo data base sul fenomeno. La grande soddisfazione che ho avuto per molti anni è stata sentire dai colleghi che seguivano la cronaca nera e in particolare i sequestri: “Sai, ho sulla scrivania il tuo libro sui sequestri…”.
Non dico questo per vanagloria, ma perché è cronaca. Sono fatti accaduti. Oggi per me non hanno molta importanza. Ma fanno parte della mia esperienza di giornalista e scrittore. Quindi posso solo suggerire a chi scrive: prima di tutto di essere consapevoli di avere qualcosa di importante da dire; poi, verificare sempre e più volte le fonti, non solo per scrivere di storia, o attualità, o di cose giornalistiche, ma anche quando si scrive poesia, romanzi e saggi letterari o di altro genere. Ciò che succede molto spesso ormai è che si comincia a leggere un libro – qualsiasi – e si trovano refusi, imprecisioni, approssimazioni, e dati anche fasulli e lo si butta via. Perciò, se non si è sicuri di quel che si vuole dire e se non si riesce a verificare le notizie, i dati, i riferimenti storici, letterari, scientifici, meglio sarebbe non scrivere affatto. E infine, quando si è proprio sicuri, scrivere, senza pensare alle vetrine delle librerie, se il libro si venderà, se potrà piacere a questo o quell’altro, soprattutto se si tratta di potenti. Altrimenti non si è scrittori, ma semplici portavoce. Sarebbe meglio allora fare altro, meno faticoso e magari più redditizio.
Ritorniamo al suo primo vero amore. “Segnali di vita, poesia a colori”, “Soste e transiti”: non sono titoli di poesie ma di alcune mostre dei suoi quadri pieni di poesia. È forse un sogno a colori per una scrittura in bianco e nero?
Direi che entrambe le cose sono possibili. La scrittura per me è stata ed è vita. La prima poesia l’ho scritta a 14 anni in un pomeriggio di malinconia mentre studiavo. Suonavano le campane a morto. Una notizia ferale avrei appreso più tardi. E ho appuntato dei versi come “la morte, la sento, la temo, è qui accanto”. Una specie di esorcismo. Poi ho buttato quel testo di cui non ricordo altro. Da quel momento ogni giorno ho sempre scritto una riflessione, un’immagine, un concetto, un’invocazione, insomma qualcosa. Ogni volta lasciò lì a decantare, e dopo qualche tempo riprendo quei testi, li rielaboro e lentamente nasce un libro. Ad un certo punto della mia vita, ho sentito il bisogno di disegnare i versi che elaboravo. Ho sempre disegnato: ma gettavo via i lavori quando li avevo finiti. Poi nel 1989 ho fatto un viaggio in Turchia. Ad Istanbul ho visto la Moschea Azzurra e sono rimasto affascinato dai disegni su quelle piastrelle che formano mosaici di straordinaria bellezza. Dopo un mese, durante le vacanze che ho trascorso a Soverato, ho dipinto una serie di quadri con motivi azzurri, rossi, ocra, arancione, colori accesi, attorno a brevi testi poetici. Il critico Gilberto Finzi li chiamò “visioni scritturali”. Anche il crollo del Muro di Berlino ha influito sulla mia necessità di dipingere; come se la caduta del Muro fosse un segnale fondamentale di conquista di libertà, come se si fossero aperte porte che prima non avevo visto e che promettevano che oltre ci fosse una realtà migliore da scoprire. E lentamente dalla poesia disegnata sono arrivato a dipingere la mente. I miei quadri sono esplosioni di colori. Non sono nature, non sono paesaggi: per questi c’è la fotografia. Non so definire i miei quadri, ma quel che mi preme è fissare sulla tela un’immagine che fluisce dalla mente e spero che resti a testimonianza di un pensiero, forse appena abbozzato, ma vero, forte, provocante.
La personalità complessa, ma al tempo stesso facilmente comprensibile, di Ottavio Rossani è un tesoro da “scoprire” all’interno dei suoi scritti e da “leggere” tra i colori dei suoi quadri. Un intellettuale che offre alla cultura italiana uno spaccato di storia ed una forte componente passionale per riuscire a vedere, o intravvedere, il futuro che nasce da ognuno di noi. E che patisce sognando una Calabria più moderna, più ricca, più corretta, più libera, più autentica.
Giulia Fresca









